E allora sì, concediamocelo un bel flusso di coscienza alla bambina di Splinder, senza pensarci, senza perdere tempo a cercare di fare qualcosa di buono, una volta. I flussi di coscienza hanno smesso di essere fighi subito dopo Joyce, sappiatelo, anzi, già da Joyce cominciavano ad essere un po’ ma-che-roba-è, se ci fosse stato Splinder a quei tempi Joyce sarebbe sicuramente diventato una blogstar, un po’ come Rapagnetta e zio. Ma non è questo il punto. Il punto è… (puntini!) …il punto è che non so qual è il punto. Il punto è che ho disattivato quella parte di me che mi - faceva credere di – faceva capire . Mi sono sviscerata e sviscerata e sviscerata e quello che ne rimane adesso sono un cumolo di detriti. Quello che devo fare adesso è scavare sotto quei detriti e verificare se qualcosa, in minima parte, è rimasto integro. E poi ricostruire. Di nuovo, da capo, ancora. Che bel giochino, quello che metto in pratica, costa persino meno del legò, olè, evviva. E no, non è nemmeno questo, poi, alla fine, perché continuo a disintegrarmi e a ricostruire su fondamenta instabili. Se poi ci sono, le fondamenta. E voi vi lamentate dell’Abruzzo?
È che non sopporto più il sistema. Vedere il problema non è esattamente accettarlo né tantomeno – figurarsi – risolverlo. C’è quella parte di me, quella tremenda escrescenza tumorale che mi costringe lo sterno da sempre, la parte di me che urla e strepita e scappa e si fa rincorrere e morde e tira i cordless contro il muro e ride teatralmente e piange senza nessun pudore davanti agli sconosciuti che ha preso completamente il controllo, e non mi vuole lasciare andare, e io non so come placarla, né come riconoscerla effettivamente parte di quello che sono. Perché io non sono così, io non ero così, io ho lavorato anni e sudato sangue e sacrificato tanto, davvero tanto, per diventare qualcosa di cui essere orgogliosa, in minima parte. Era ovvio che non potesse durare, sapevo non sarebbe durata, ma giravo le spalle perché era più facile. È sempre stato più facile, e d’altronde mi sono abituata così. Sono stufa che tutto venga minimizzato al mio narcisismo. Il mio narcisismo è il risultato di una vita passata lontano da tutto e da tutti per evitare di graffiare le maschere fresche che costruivo. Quando ti proietti dentro un universo autosufficiente non hai bisogno di confrontarti con l’esterno, e quando l’universo autosufficiente collassa, perché collassano sempre, errori di progettazione, fondamenta instabili e quant’altro, tipo la vita esterna, tu ti ritrovi senza ossigeno, senza mezzi di comunicazione, con un grosso tumore strillante al posto dei polmoni, e devi giocare a ricostruire tutto da capo. Sempre. E io non sono così, io non voglio essere così. Mi manca la me che ero riuscita a diventare, quella attenta e con uno scopo, delle passioni, persino un sogno, anche se costruito a tavolino come tutto il resto. Mi manca l’essere umano che aveva voglia di conoscere, sempre, a tutti i costi. Mi manca l’aver voglia, sono priva di impulsi vitali e mi rendo conto solo ad un livello molto blando che non è corretto, che non dovrebbe essere così. Ho sempre avuto fame di tutto, e adesso sono viva solo fisiologicamente. Il resto è morto, o in stanby, non l’ho capito e ho paura di scoprirlo. D’altronde, sapevo molto bene sarebbe capitato.
Ma poi, in fondo, sono solo in premestruo.
Sono solo in premestruo da due cazzo di anni, dio sifilide.
Joyce almeno aveva le epifanie.
10 giugno 2009 by Kijomi
Category true life! | Tags: , EMOtività
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