Procedura Atarassia

Sono in uno stato interessante, quindi mi sembra corretto riportarlo in onore dei posteri. Ho già menzionato che nel mio testamento i miei eredi designati saranno costretti a pagare la rata del dominio per almeno dieci secoli dal mio decesso? Avere online uno dei blog più antichi della rete, quello sarà essere ricordati davvero. Trovare la cura per il cancro, vincere qualche Nobel o qualche Pulitzer? Che roba volete che sia, quelli sono solo sfigati in qualche lista su Wikipedia.
Comunque sia.
A due giorni dall’esame che dovrebbe ipoteticamente risollevarmi da un lustro di miseria e degradazione (…no, davvero, non sono spietatamente ironica, credetemi!), nel momento in cui mi dibattevo tra picchi di razionalizzazione paranoide di non aver fatto abbastanza – studio ininterrottamente da metà febbraio e non ho assolutamente idea di cosa dovrebbe significare “abbastanza” in un contesto di mondo coerente – e abbondanti manciate di fottesega sparse qua e là, il mio cervello si è impostato sulla modalità risparmio energetico e ha avviato la procedura Atarassia.
Io, che sono edonista e rido dello scetticismo da quando mi è stato formulato davanti la prima volta (avevo nove anni e leggevo il Mondo di Sofia di Gaarder, e sì, ero in grado di comprendere una contraddizione interna che un decennio più tardi ho faticato a riformulare. Perché i miei neuroni devono morire tutti?) assisto impotente allo svolgersi di tutto ciò nel mio povero corpicino.
Non sento fame.
Non sento sonno.
Non sento fatica.
Per contro non sento nemmeno sazietà, né qualsivoglia stimolo intellettuale, né necessità di spostare il mio povero guscio incriccato. Che sia incriccato lo percepisco – non ho un problema nervoso, grazie, mettete giù il telefono, rimandate indietro le ambulanze, io e la mia cervicale stiamo bene dove stiamo – ma non lo patisco.
Il dolore è un ricordo lontano.
Oggi ho fatto otto serie di addominali alti. Ora, io ero una che fino a tre mesi fa non faceva un esercizio aerobico DALLE ELEMENTARI: tendenzialmente dopo la seconda serie piagnucolo via in un tripudio di acido lattico. Oggi mi sono fermata perché volevo essere in grado di muovermi il giorno dopo.

[A questo proposito – il re-fit massivo che mi sono imposta – mi si è chiesto “Ma hai trovato il pulsante del SuperIo?”, cosa che mi ha fatto parecchio ghignare, quando ancora avevo un senso dell’umorismo, in quei bei giorni lontani. (Sabato scorso.)
No, è solo che sono impazzita e prendo decisioni che non hanno nessun tipo di logica razionale, nonostante tutti non facciano che ripetermi il contrario. Probabilmente una volta o l’altra vi sterminerò tutti nel sonno e lo farò senza rifletterci su. Non so cosa debba spaventarvi di più, se l’ipotesi del massacro o io che faccio qualcosa senza riflettere per almeno sei settimane. Probabilmente la seconda.]

Soprattutto non sento ansia. Il che è uno stato così profondamente innaturale per me (oh, lo so che voi caramelline al lampone mai l’avreste detto, ma voi caramelline al lampone siete note per vedere solo ciò che io vi metto davanti agli occhi da guardare, quindi era ovvio che non avreste potuto dirlo) che se non fossi totalmente priva di stimoli vitali probabilmente mi spaventerei.
Per fortuna la vita al momento è una splendida bolla grigia di insensatezza. Non è nemmeno quell’apatia piagnucolosa ed annoiata che ti si appiccica addosso nell’adolescenza e che se sei così sfortunato da trascinarti dietro devi rinominare come Spleen per darti un tono con i tuoi amici dannati mentre vi scambiate le vostre poesie di profondo tormento interiore invisibile agli occhi del mondo crudele. Caspita com’è lunga l’ultima frase.
Insomma. Volevo dare testimonianza di tutto ciò. Non è nemmeno sgradevole – come potrebbe, non ho sensazioni di alcun tipo – ma spero sinceramente di non accedere al Nirvana prima di lunedì.
Atarassia o meno, mi girerebbe un po’ il cazzo morire prima di aver dato questo esame. O forse no.