Completamente inutile e assolutamente indispensabile

La pratica è una lotta.
Una lotta continua, estenuante, di trincea. Non è dato distrarsi e non è dato disertare. E di lotte così ce ne sono tante, nella vita, ma quella della pratica le riassume tutte, ne è la summa perfetta, è quella che ne sta a capo e le governa tutte. Ed è una gran fregatura, funziona come una maledetta setta: magari non è facile entrarci, ma una volta che sei dentro non se ne esce. È per tutta-la-vita. Tutta-la-vita è un tempo eccessivamente lungo, per qualcuno che ha prospettive che faticano ad arrivare alla settimana successiva.
L’esercizio della pratica, quando hai iniziato – lo sfortunato giorno in cui sei passato dall’edonismo universale, chiassoso, cliché e bellissimo dell’esteta un po’ bohémienne un po’ solo hipster sembrava una posa come tante altre che prendi. Che sarebbe passata, perché le tue pose arrivano, fanno il loro corso, ti annoiano. Come le persone, i fandom, i colori di capelli. Non avevi idea di essere finita in una setta mentale.
Sto parlando di pratiche etiche, di pratiche di cura di sé, ciao, Foucault, cazzo come ti odio, hai rovinato la mia purissima vita di incoscienza.
È anche complicato parlarne: come lo spieghi, alle persone che ti sono attorno?
“Ciao, quanto tempo, cosa fai di bello?”
“Mah, guarda, al momento mi occupo di pratica dell’etica.”
Poi i filosofi vengono visti come imbecilli che si fanno seghe mentali gesticolando come invasati; io una cosa la so per certo, bene non stiamo.
È prendere se stessi e accettare che siamo fallibili, e orrendamente spesso orrendamente sbagliati. È accettare di portare avanti un cinismo positivo che perlopiù infastidisce chi hai intorno – no, signori, il cinismo non è divertente, non è spiritoso, è una martellata nei coglioni – è aver voglia di discutere, sempre, e di mettersi in discussione, sempre, senza una pausa (non ci sono pause nella vita, non nel momento in cui non sei in coma, e io magari me lo evito) senza poter cambiare argomento (non c’è nessun argomento sopra la vita, non nel momento in cui non sei monoteista, e io magari me lo evito) senza giustificazioni di sorta (non c’è niente che giustifichi il tuo essere vivo, anche se forse me lo sarei evitato).
Ed è completamente inutile e non c’è niente di più importante, che a ben vedere è un buon riassunto di quello che la vita, nella sua totalità, è.
Passi un numero incomprensibile di mesi a scolpirti, modellarti, cercare di fare di te quello che consideri un buon essere umano, senza fare sconti – non te ne sei mai fatta, ma adesso si gioca sul serio – e poi basta una cosa ridicola, un errorino, un dispetto del fato, e non sei abbastanza forte per non trascinarti di nuovo tutto addosso, crollando in maniera plateale e ridicola. Bastano delle cazzate infime infilate come rostri incandescenti nel tuo stracazzo di narcisismo per farti buttare via mesi di fatica atroce, facendo sfumare risultati che si potevano ottenere tenendo alta la testa due, tre settimane di più. Due, tre settimane sono niente, in un lavoro di tre anni, ma la pratica funziona così: non la si può interrompere mai.
Le persone muoiono, e tu ti guardi attorno e non sai com’è appropriato reagire. Appropriato. Non giusto, non buono, non vero, non bello – i capisaldi di quello che sei, di come ti muovi, di quello che sei portata ad essere – appropriato. E ti chiedi, di nuovo, se sia giusto, buono, vero o bello pensare all’appropriatezza, e non puoi sapere qual è la risposta, perché la pratica funziona così, la si capisce solo dopo. A volte non la si capisce proprio mai, bisogna solo continuare ad agirla, incrociare le dita e sperare di non stare facendo una clamorosa cazzata. (E mi fa impazzire sapere che non mi è dato sapere qualcosa. Mi fa impazzire che ci siano cose che non si spiegano, che non vogliono essere spiegate. Mi fa impazzire e mi fa infuriare, perché funziono con la testa e lo stomaco mi serve per digerire, non per muovermi nel mio mondo. Me lo asporterei, il mio cazzo di stomaco, e probabilmente vivrei davvero meglio, senza il bisogno dell’alternativa.)
Basta distrarsi un attimo. Basta concedersi un’unghia solamente, una nottata insonne di pausa, un fandom nuovo, qualche strappo alla regola. Basta pensare che, massì, puoi anche ubriacarti un po’, tanto ormai sei diventata abbastanza quello che volevi, puoi permetterti di perdere il controllo. Bastano delle cazzate infime e finisci per chiederti perché continui a fare quello che stai facendo, se non sei in grado di essere quello che vuoi anche quando fai quello che vuoi.
La pratica sta tutta lì, e non c’è niente di più difficile che essere quello che si vuole, sempre, senza sconti.
A seguire, un numero incomprensibile di mesi a ricominciare il lavoro da capo – sapendo che prima o poi, da qualche parte, cadrò di nuovo. Ma è il mio lavoro, d’altro canto.