Di troppi biscotti, di come riesco a flirtare solo se non sono me stessa, e le urla ininterrotte infracraniche.

Scriverò questo post nei pochi minuti di pausa che mi concedo quanto mi viene la compulsiva voglia di prendere il mio malebenedettissimo tomo di filosofia medievale – ma perché, Demiurgo, perché – e lanciarlo giù dalla finestra urlando ALALALALALALALALALALA. Che sì, è un urlo di guerra. Se non lo sapevate peggio per voi, vuol dire che sono più acculturata di altri sui vocalizzi di dolore greci. Omoi omoi omoi.
Ho lo stomaco pieno di biscotti, ed essendomi più o meno disabituata alla sazietà devo riconoscere che è fra quelle situazioni che non riesco a classificare se piacevole o meno. Come i brividi sulle braccia alle ventate fresche che entrano dalla finestra in questi giorni caldissimi, o il cedere delle ginocchia e l’accartocciarsi dello stomaco quando vengo toccata da qualcuno che mi attrae in maniera irresistibile.
Sto pensando moltissimo, di recente, alle sfumature. Di come sono sempre stata categorica e totalitaria, anche proclamandomi sempre paladina delle mezze misure. Ero tragicamente bugiarda: le mezze misure, ancora adesso, a livello puramente ideologiche, le trovo prive di ogni consistenza. O hai una consistenza totale o non ne hai completamente, essere o non essere, principio di non-contraddizione, niente gatti chiusi nelle scatole per me, tante grazie, la meccanica quantistica ancora non rientra nei modelli con i quali mi rapporto consapevolmente al mondo.

Nel frattempo è passata una giornata, io sono andata a fare l’appello, sono stata rimbalzata a casa e tornerò in facoltà solo fra qualche ora, agonizzando fra matricole ipereccitate fino a stasera. Ho un po’ voglia di morire.
Mangio yogurt al mirtillo intervallato da morsi di Camembert. Io, il nutrizionismo e il premestruo, una storia d’amore lunga dodici anni.
Stamattina mi sono svegliata alle quattro e mezzo, rabbrividendo con addosso solo il lenzuolo – fino a ieri c’erano ventotto cazzutissimi gradi –  e ho ascoltato per due ore il diluvio che infuriava. Mi mancava godere di certe piccole cose. Nel corso del tempo, a furia di farci attenzione (è il respiro del mondo, devi notarlo, apprezzarlo, celebrarlo, devi proclamare che sei viva, devi guardare, annusare, devi sentire, DEVISENTIRE, non è la contraddizione in termini più terrificante che sentirete mai? Eppure, è quella che mi sta addosso come una seconda pelle da quando ho coscienza di me, all’incirca) avevo smesso di farmele entrare davvero dentro, certe cose. Quelle piccole sfumature di cui parlavo, quelle pieghe dell’anima che no, mi spiace, arrenditi, non le puoi descrivere.
Non le puoi descrivere non perché nessuno le abbia mai provate – siamo fuori da questo giochino narcisistico – o perché nessuno abbia mai inventato parole per chiamarle. Non le puoi descrivere perché non le capisci, e sono volatili, composte e mutevoli, così ripiegate su se stesse e infilate a fondo in quella parte del tuo cervello che ti fa sentire umana. Ogni tanto capita. Ogni tanto persino spesso, e potrei abituarmici. Non le puoi descrivere perché per come sei diventata, così lontana da te stessa, così profondamente ficcata a testa in giù dentro te stessa, di descrivere il mondo non sarai più in grado. Prezzi da pagare – io l’ho fatto onestamente volentieri.
Mi stupisco, quindi, quando mi succede che il mondo riesca a sorprendermi. Mi stupisco del mio stupore. Non che abbia davvero la presunzione di potermi aspettare qualunque declinazione di me stessa, ma farmi sorprendere dal suono viscerale di un temporale no, cosa vuol dire? È banale, è scontato. È cliché adolescenziale, se vogliamo un po’ hipster. Ho visto decine, centinaia di temporali, ho razionalmente sperimentato il sublime, tzè, ho letto Baudelaire e Rimbaud e Keats, cosa può essere un modesto temporale? Che cosa può farmi?
È come la me che gioca a flirtare. Gioco un personaggio (sì, lo conoscete, e no, non vi dirò chi è perché sto tenendo la mia cotta per la Marvel fuori da questo post ops) che si mostra e si nega, in continuazione, e prova attesa, e aspettative, e prova a fare passi più lunghi della propria gamba per provare che può, che cadrà in piedi. E se cade che sarà mai, voi non avete visto niente, comunque. Si gode sinceramente i rapporti in crescendo. Si gode l’incertezza come può fare un giocatore mentre tira i dadi, immagino. Non ho mai avuto alea. Non ho mai apprezzato che il caso si mettesse in mezzo. (E questo spiega perché ci ho messo 23 anni a finire ai gdr da tavolo.)
Io – io Gucci – ne sono completamente incapace. Per gli stessi motivi di qui sopra. So cosa devo fare, so qual è il gioco che metto in atto, come performo me stessa, il ruolo che mi faccio assegnare. È comunque divertente – è divertente nella misura in cui posso compiacermi di riuscire a prevedere bene come può reagire l’altro – ma non c’è attesa, non c’è sospensione. Qualunque risposta mi venga data è quella che mi soddisfa di più, e da quelle premesse imposto un gioco che non potrebbe essere a carte più scoperte (il fatto che poi nessuno mi prenda sul serio è perché, immagino, nessuno sia abituato al gioco come lo gioco io).
Forse è per questo che mi accompagno a quella manciata di persone che non c’è modo possa scoperchiare. Che rimarranno, per quel che mi è concesso sapere, sempre con angoli scuri, che non vogliono, o non possono, o non sanno mostrarmi. Posso convincermi che non sono completamente da sola, ogni tanto, perché non tutto è alla luce, e perché ogni tanto mi sorprendono come temporali, ed è bellissimo. Senza che io sappia perché.

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