Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità

È che io con Guccini ci sono cresciuta, anche senza sapere che era Guccini. Lo ascoltavo nei lunghi viaggi in macchina, su e giù verso una casetta in montagna che odiavo quasi quanto odiavo Milano – ma da piccola odiavo pressoché tutto, non me ne rendevo conto solo perché non c’erano altri sentimenti a fare da contraltare – e credo che ad un certo punto mi sia entrato nel sangue, o nel cervello, come un batterio, o come un archetipo. Scegliete la metafora che vi piace di più, questo sarà un post metafisico riduzionista. – [In lontananza, Heidegger va a seppellirsi nella sua radura.] –
Fatto sta che pensavo ai segni che mi ha lasciato addosso questa vacanza – fisici e metafisici, appunto: ho più lividi di quanti sia riuscita a contare e la mia cura di sé è andata a donnine allegre, e con l’abbandono della cura di sé mi sono trascinata addosso tutto il fango che avevo stipato con cura in questi mesi – e non poteva che rigirarmi in testa “Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età / dopo l’estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità / Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità“. Lo so, sono cliché. Che devo dirvi, sparatemi.
Pensavo a cose sconnesse, pensavo che cercavo di spiegare a mia madre la persistenza dell’identità mentre le facevo la tinta e nel mentre pensavo che non potrei mai davvero fare un lavoro puramente manuale senza uccidere quello che sono (una stronza pigra, perlopiù), e nel pensare questo pensavo che wow, stavo già pensando a tre cose contemporaneamente, non è eccezionale lo streamofconsciusness? Che strumento magnifico il cervello umano! pensavo all’etica e all’estetica e al passaggio mostruoso e depravato che ho fatto, abbandonando tutta l’estetica per l’etica. Pensavo a quando era il contrario e a quanto era divertente. Al mio essere una nostalgica senza speranza pur non avendo – e non li ho davvero, e forse mi servirebbero – rimpianti di nessun tipo. Pensavo di pensare troppo a cose che probabilmente non sono davvero un problema per nessuno se non per me. Ho ancora questo viziaccio di decidere cosa pensano e provano le persone che mi circondano, o almeno congetturarlo fino a consumarmi il fegato. Sono migliorata, c’è da dire: adesso dopo un po’ di logorio riesco persino a chiederlo. Peccato voi persone siate degli esseri malfunzionanti e parziali, e quasi mai capite quel che vi si chiede davvero, perché quasi mai capite voi stessi, e non facendolo non potete spiegarvi a me che mi sdilinquisco nell’incomprensione. (Lo dicevo, no? Non accetterò mai che ci siano cose che non posso comprendere. Fottiti, disturbo narcisistico della personalità.)
Pensavo che ci sono cose che mi feriscono così a fondo e che più che essere disturbata dalla ferita – che c’è, rimane lì, ma diventa un accessorio come un altro alla me presente – sono stupefatta della capacità di farmi ancora tanto male per tanto poco, e di quanto riesco a essere deliziosamente, perfettamente ipocrita nel fingere che non mi importi sul serio che nessuno lo veda mai. (Sì, questa è una deriva emo. Ce n’è una ogni due anni, su Mimicry, sono perfettamente legittimata ad non cancellare l’ultima frase. E sì, la parentesi è per convincere me stessa. Voi non parlate mai allo specchio? Le parentesi sono la stessa cosa.)
Insomma, io a settembre ci sono nata, e la sensazione è quella di essere sempre al punto di partenza – perché a settembre si riparte a cercare di essere una versione leggermente migliorata di quello che eri prima delle vacanze, da sempre, nella mia vita – e di non aver mai davvero fatto niente, come in un gigantesco, sadico Monopoli che ti fa ripartire dal via in continuazione, ancora e ancora, mentre tutti gli altri costruiscono i loro fottutissimi alberghi. Avevo detto che sarebbe stato un post riduzionista. Eccovelo qua, il crollo della figura retorica moderna.
Nel mentre agosto non è ancora finito, io a giorni riparto e forse avrò modo di schiarirmi le idee, di riprendere la cura di sé, e aspettare settembre. Come al solito.