Comunque vada non importa

In una pausa su MSN fra la prima e la seconda parte, rispondendo a Rucci che mi chiedeva di recensirglielo, avevo previsto che il mio commento sarebbe stato “Merda che male, vaffanculo.”
Adesso che l’ho finito, come al solito mi do ragione. La mia recensione è “Merda che male, vaffanculo. Leggilo.”

Questo sarà un delirio misto di cazzi miei e di quello che la lettura di Comunque vada non importa di Eleonora Caska Caruso ha fatto ai cazzi miei. Non sono in grado di fare recensioni senza sbatterci dentro anche i cazzi miei, quindi ve la prendete così.

Non sono mai stata capace di interessarmi spontaneamente alle cose. Non capisco le passioni, le vedo con l’occhio distaccato che ho odiato tanto, tantissimo da ragazzina, ma che capisco adesso odiavo perché era il mio. Banale, sì. Io guardavo i cartoni animati, da piccola, e non ne capivo la trama. Non mi interessava la trama: non che fossi stupida, ero solo (di già) narcisista. Non potevo concepire niente di diverso da me. (Tutti i cartesiani, se ci pensate, sono narcisisti. E questo conferma la mia teoria sull’essere narcisista del mondo intero, visto che di Cartesio non ci liberiamo. Stronzo.) Rimanevo lì davanti a occupare il mio tempo, e dentro di me non rimaneva niente. Non succedeva niente. (O se lo faceva non me lo ricordo, ed è più o meno la stessa cosa.)
Non sono una persona fredda e non sono una persona apatica – sono l’esatto opposto di una persona fredda e apatica – ma da sola non mi trascino. Ho sempre avuto bisogno di qualcuno che mi mettesse sotto gli occhi qualcosa e mi dicesse “guarda, questo io lo amo. Se lo ami anche tu possiamo iniziare a camminare insieme”. Forse sono sempre stata solo fan degli esseri umani, e le espressioni degli esseri umani le ho utilizzate per arrivare a loro, per bermeli come uova e buttare il guscio quando la loro fiamma si era esaurita. Merda, ma sentimi, sembro la me diciassettenne.
Dentro di me comunque c’è sempre stata poca carica, pressione bassa o yang triste o cazzate metafisiche troppo pesanti perché potessi decidere autonomamente cosa mi accendesse. Poco a poco quello che mi accendeva è saltato fuori da solo, ma è saltato fuori anche che non era proprio una fiamma, più una brace costante, una carica a basso voltaggio che, ehi, guarda un po’, mi teneva viva. Ne sono grata, e la tengo per me, e forse prima o poi ne farò qualcosa, intanto la vivo.
Eppure questo libro mi ha fatto venire mal di stomaco – fisicamente, ero piegata a metà a bestemmiare – e non mi succedeva dalle medie, quando l’idea di dovermi confrontare con quegli esseri crudeli dei miei compagni di classe mi accartocciava dentro dalle fondamenta e non potevo (letteralmente, non ero in grado di farlo) smettere di piangere. C’è di buono che quando piangi tutti i giorni per almeno tre ore per tre anni consecutivi impari tre cose.
1) Puoi sopportare qualunque dolore fisico: potrebbero tagliarmi un braccio e farei MEH, dopo quelle emicranie a grappolo. Ve lo giuro, io mi passo il silkepil sbadigliando e non capisco perché facciano tutti tante storie – è solo il vostro corpo, poi passa. Prima volta che ho scopato dritta come nelle fanfiction, nessuna catastrofe, nessuno scossone, non ricordo nemmeno di aver sanguinato. Probabilmente è stata la prima volta in cui abbia pensato (e da allora lo faccio spesso) “non capisco perché facciano tutti tante storie“.
2) Il pudore della debolezza non esiste più. O meglio: non classifico più come debolezza quello che viene considerato dal resto del mondo come tale. Posso scoppiare a piangere in pubblico e non vergognarmene. Poi è raro che capiti, ma perché piango solo quando parlo di me – già, volete il numero del mio analista? – e in pubblico non parlerò mai di me. Farò credere di star parlando di me, ma sarà una bugia. Ho smesso di provare vergogna per quasi tutto. Della goffaggine, della nudità – metaforica o letterale – degli errori, dei fallimenti. Rendo già conto a me stessa, grazie tante, col mondo poi ci parlo io, tu non rompere i coglioni e guarda nel tuo piatto, stronzo.
3) Il mondo fa schifo e non migliora mai, quindi sei tu a dover cambiare. (Sì, così, liscia, niente subordinate, qui. Self explanatory, mi pare.)

Io Darla l’ho odiata visceralmente come si può odiare solo se stessi. E l’ho amata dell’amore tenero che il mondo ci insegna a provare per quelli che non sono fortunati come noi. Mi ha fatto sinceramente schifo e l’ho compatita (non provavo compassione, credo, dal 2001), e poi ho smesso di farlo perché l’ho capita. Almeno un po’.
Questo libro mi ha fatto piangere nella maniera miserabile e ridicola in cui si può piangere in pieno premestruo, con il cervello devastato da ormoni che se ne fottono della razionalità che metti ovunque, ma era un ceffone che ci voleva: non tanto per il contenuto – non sono Darla, per fortuna, anche se sono stata e sono dei pezzetti di Darla – quanto per avermi ricordato che sono in grado di provare delle cose inaspettate, e che non devo deciderlo a tavolino. Capitano. Ed è quello che fanno i buoni libri, ed è quello che mi mancava da un po’.
Per un commento un po’ meno cazzimiei: si legge in due ore se siete lenti e vi fermate in mezzo a scrivere post autocommiseranti, i personaggi sono dei mostri orribili, tutti (tranne Alberto, di cui voglio, non so, una fanlist, un memoriale, uno striscione appeso in cima al Duomo che dica la vita fa schifo e poi muori, qualcosa), e non si può fare a meno di adorarli, tutti, fa ridere, fa piangere, c’è lo sheep porn che insomma tanta roba, ti fa sentire uno schifo e lo fa con una precisione chirurgica. È catartico senza essere melenso, cosa che da sola basterebbe a renderlo degno di essere letto.
Applausi, sentiti, e grazie per davvero.