Oh, look out you rock ‘n rollers.

Settimana scorsa pensavo incessantemente voglio scrivere sul blog, voglio scrivere sul blog, voglio scrivere sul blog.
Mi avete vista, voi? Ecco.
Il punto è che sto studiando come un’indemoniata, faccio la patente, ingoio miriadi di serie una via l’altra e… e queste ovviamente sono scuse. Per quanto sarò impegnata in vita mia, non voglio vivere una vita che mi privi di mezz’ora per scrivere sul blog.
Il punto perddavvero è un altro. Mimicry, per com’è stato usato e gestito per dieci anni, ormai è giunto al suo termine.
No, non fate quelle facce, l’ho detto il post scorso che ormai sia io che lui siamo immortali (anche se devo ricordarmi di rinnovare il dominio, ché altrimenti immortali sì ma poco reali), ma come chiunque abbia una concezione dell’immortalità che vada oltre al vampiro Swarovski sa, per rimanere in vita bisogna mutare. Non ricordo nemmeno se ho mai parlato approfonditamente del perché Mimicry si chiami Mimicry. Tutte le persone (otto al massimo, al momento) che mi leggono ovviamente lo sanno, ma qual è il punto di battere i tasti se non posso intrattenere un po’ quell’ombra grigia in agguato dietro ad uno schermo di pixel?
Questa, ombra, è la storia di Mimicry.

Quand’è nato questo blog si chiamava – non ridete – Kage no Kontan. Nei miei giappominchionissimi sedici anni volevo darmi un tono e chiamarlo “l’ombra dell’anima”. Ma da giappominchia ignorante ho invertito i termini, e quando me ne sono accorta il blog era online con tanto di layout fatto a modino eccetera, e si chiamava “l’anima dell’ombra” (o una cosa del genere, non pretendete, non sono mai uscita dalla fase -minchia del Giappone). Mi è piaciuto ancora di più e tale è rimasto finché non ho trovato quello che sarebbe rimasto il suo titolo, un modo di concepire me stessa, un personaggio finzionale e tante cose ancora per i molti anni seguenti.

Il concetto di Mimicry l’ho ricavato da qualche parte nei miei 17 anni, in uno specchietto sul libro di pedagogia o psicologia del liceo, che parlava sommariamente delle quattro modalità del gioco teorizzate da Roger Callois nel saggio I giochi e gli uomini. La mimicry, come si può facilmente intuire, è la modalità del travestimento, del “fare finta che”, della sospensione di incredulità, delle maschere sulle maschere. Quella che all’epoca mi si adattava di più, in ogni caso.
L’ho rubato come facevo e faccio spesso: superficialmente, fidandomi di un senso estetico che si era affinato per farmi sembrare molto più intelligente di quanto in effetti sia (molto utile e molto faticoso), impiantando su teorie e storie altrui quello che volevo e mi serviva. Callois era un pretesto, come poteva esserlo Shakespeare, come lo sono stati Baudelaire, Wilde, Pessoa. Non li amo meno per questo, ma dovrei riappropriarmene adesso che sono – o perlomeno mi percepisco – intera.
Questo blog è rimasto lo specchio di una narcisista per molto tempo: potevo usarlo per esprimere il lato flamboyant che poi mi veniva richiesto, a comando, facendomi costruire rapporti basati su un’immagine in due dimensioni, e che invariabilmente mi stancavano. Non è successo sempre. Qualcuno, lentamente, si è infilato davanti lo specchio, e qualcuno si è fatto guardare: sono e sarò sempre molto grata a quelli che sono passati e a quelli che rimangono, e a quelli ancora che ritornano. La costruzione di qualcosa oltre la fantomatica maschera è stato un processo lungo, molto spesso doloroso, a volte divertente, molto di rado facile, e che è ancora – ovviamente – in corso, non avendo io intenzione di smettere di interagire col mondo.

Rimane il fatto che Mimicry come specchio ora mi serve sempre meno: lo dimostra la rarità dei post. Non mi servono sfoghi in un’ombra grigia, ho solide persone attorno a me, e una solida persino davanti (e dentro, e dietro) quello specchio. Non vorrei sbilanciarmi a dire che sono adulta, a quasi ventisette anni, che poi sembra non sia guarita dal narcisismo, ma insomma…
Sono in una fase della mia vita al contempo molto solida e molto delicata. È solida nella mia presenza a me stessa, nelle mie motivazioni e nei miei affetti. È delicata perché viviamo in un mondo che le uniche certezze che ti dà sono che morirai e che lo farai, invariabilmente, circondato da idioti. Fatemi usare Mimicry come uno specchio ancora per un attimo, finisco subito.

Ieri June mi ha detto una cosa molto vera e terrorizzante: comunque vada, ci sono in vista grossi cambiamenti.
Ed è vero.
Ed è terrorizzante, dopo non so più nemmeno quanto tempo sono ferma qui a guardarmi le mani. Amo guardarmi le mani, in realtà, nonostante non trovi le mie particolarmente belle: sono una di quelle parti del corpo che fanno prima ad astrarsi dall’insieme e assumere vita propria, fino a farti chiedere che diavolo di cose maledette hai attaccate ai polsi. E questa era una digressione.
Sono sull’orlo – nel giro di mesi – del decidere cosa farò della mia vita di adulta (oh, uno non fa in tempo a diventare ventisettenne che questi pretendono autonomia emotiva finanziaria e personale, non è osceno?) e potrebbe andarmi molto bene o molto male. Comunque vada, devo iniziare a pensare a delle prospettive. E l’unica cosa alla quale mi posso aggrappare, che posso dire di essere sempre stata capace di fare, è di usare questo strumento sopravvalutato che è la parola. Non per raccontare storie, quelle ve le risparmio, ci sono persone più adatte di me. Io sono brava a prendere le teorie e le storie degli altri e metterci sopra la mia visione del mondo. Cosa voglia dire e come possa sfruttarlo ancora non posso dirlo. Idee ne ho (idee per fortuna ne ho sempre), ma l’angolino specchio è finito, quindi contentatevi di sapere che Mimicry non verrà abbandonato. Né cambierà nome, che tutto sommato ci sono affezionata e si adatta ancora piuttosto bene.
Il registro peròcercherò di variarlo. Vediamo se riesco a mostrare il mondo come lo voglio vedere io.