I due corpi della blogger

Sono viva.
Giuro, respiro, mangio, cammino, parlo. Solo non sentivo il bisogno, da un bel po’, di comunicarlo attraverso questo mezzo.
I tempi cambiano, io cambio, i tempi rimangono gli stessi, io continuo ad amare voi biscottini al lime e questo blog, rimanendo lo stesso coacervo di seghe mentali, cattiva organizzazione e programmi andati a male, in dodici nuove confezioni al profumo di frutta.
Lo sappiamo tutti, sono un’infedele. Facile agli entusiasmi e difficilmente persuasa dalle routine. Mi sembrano un inganno, le routine, e mi ci adeguo per periodi brevi e funzionali, giusto il tempo di farmi innamorare di qualcos’altro che mi distragga. E di qualcosa rimango innamorata per sempre, anche se fosse un per sempre che dura un quarto d’ora. Il sentimento è eterno.
Ma insieme, anche se forse proprio per questo, sono una nostalgica.
Vivo il momento ma mi aggrappo a quello che è stato. Dimentico ma dentro di me, da qualche parte, rimane stampigliata l’emozione, l’immagine, la parola, e sono quelle e niente di più che mi costituiscono, a parte la sempre adorabile superficie.
Sono successe tante cose, e insieme non ne è successa nessuna. Quindi, per voi, un simpatico elenco a punti delle cose che mi sono passate addosso in nove mesi. (Se me le ricordo.)

  • Sono ancora all’università. Incontro persone da matricole e le guardo laurearsi. Ormai ne rido. Sono più saggia e peggio organizzata di tutti loro. Non ho (troppa) fretta. Amo quello che faccio.
  • Sono ancora all’università. Devo scrivere post sulla gente buffa in biblioteca. Adesso, per esempio, seduta davanti a me c’è una ragazza con delle enormi cuffie verdi che canta in silenzioso guardando il soffitto.
  • Sono ancora in università, e la mia migliore amica del liceo mi ha fatto un’improvvisata, e si è iscritta a Filosofia anche lei. Ne ridiamo da mesi, perché era la cosa più improbabile potesse capitare. Le cose improbabili succedono.
  • Tutto ritorna. Tutto rimane lo stesso. Quello che mi ha formata aspettava in un angolo che fossi pronta per guardarlo con altri occhi nuovi, più consumati, con più amore e meno rancore per i risultati irrangiungibili (per ora.)
  • Sono cinica, sono narcisista e sono sfuggente. Questo rimane, ma riesco a piegarlo, tanto che c’è chi dice che non mi riconosce più. Perdo me stessa, o forse mi trovo, o forse è lo stesso. (Ciao, Heidegger; affanculo, Freud.)
  • Cambio, evolvo, parlo, mi scontro, faccio coming out, perverto innocenti, mi vesto da nerd, mi taglio i capelli, smetto di scrivere ma forse riprendo, ingrasso, dimagrisco, ingrasso di nuovo, amo contraddirmi ed essere coerente. Non ho mai amato tanto, non mi sono mai sentita tanto ricambiata. Dal mondo, da me stessa, dalla mia cesta di gattini incestuosi. Partecipo alla vita della comunità e la guardo dall’alto, come ho sempre fatto. Prevedo mode, le scanso, prevedo reazioni e le subisco. Rivedo persone. Reali o immaginarie non importa, siano quel che siano adesso e ricalchino la loro impronta dentro di me.
  • Nel mentre mi sono distratta con la configurazione di tablet altrui, quindi ho perso il filo.
  • Sono sempre più dissociata, ho opinioni sempre più nette sul mondo. Non so cosa sarà di me, non me ne preoccupo. Sto facendo la patente “nel caso serva”. (Era tipo ora). Voglio vedere il mondo, faccio fatica a scendere dal letto – ma poi mi piace.
  • Amo gli elenchi ma non ne faccio più uso smodato come un tempo. Sono Marvel e (no, non DC) manga. Non mi piacciono le vie di mezzo, voglio tutto. Ma a pezzettini.

E quindi, insomma, nessuna nuova, buone nuove? Non lo so. Ho fame, programmo vacanze vicine e lontane, non prometto di tornare a breve – e forse per questo lo farò. Una cosa è sicura: questo blog ha dieci anni. Ormai è immortale. E quindi lo sono anche io.

Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità

È che io con Guccini ci sono cresciuta, anche senza sapere che era Guccini. Lo ascoltavo nei lunghi viaggi in macchina, su e giù verso una casetta in montagna che odiavo quasi quanto odiavo Milano – ma da piccola odiavo pressoché tutto, non me ne rendevo conto solo perché non c’erano altri sentimenti a fare da contraltare – e credo che ad un certo punto mi sia entrato nel sangue, o nel cervello, come un batterio, o come un archetipo. Scegliete la metafora che vi piace di più, questo sarà un post metafisico riduzionista. – [In lontananza, Heidegger va a seppellirsi nella sua radura.] –
Fatto sta che pensavo ai segni che mi ha lasciato addosso questa vacanza – fisici e metafisici, appunto: ho più lividi di quanti sia riuscita a contare e la mia cura di sé è andata a donnine allegre, e con l’abbandono della cura di sé mi sono trascinata addosso tutto il fango che avevo stipato con cura in questi mesi – e non poteva che rigirarmi in testa “Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età / dopo l’estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità / Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità“. Lo so, sono cliché. Che devo dirvi, sparatemi.
Pensavo a cose sconnesse, pensavo che cercavo di spiegare a mia madre la persistenza dell’identità mentre le facevo la tinta e nel mentre pensavo che non potrei mai davvero fare un lavoro puramente manuale senza uccidere quello che sono (una stronza pigra, perlopiù), e nel pensare questo pensavo che wow, stavo già pensando a tre cose contemporaneamente, non è eccezionale lo streamofconsciusness? Che strumento magnifico il cervello umano! pensavo all’etica e all’estetica e al passaggio mostruoso e depravato che ho fatto, abbandonando tutta l’estetica per l’etica. Pensavo a quando era il contrario e a quanto era divertente. Al mio essere una nostalgica senza speranza pur non avendo – e non li ho davvero, e forse mi servirebbero – rimpianti di nessun tipo. Pensavo di pensare troppo a cose che probabilmente non sono davvero un problema per nessuno se non per me. Ho ancora questo viziaccio di decidere cosa pensano e provano le persone che mi circondano, o almeno congetturarlo fino a consumarmi il fegato. Sono migliorata, c’è da dire: adesso dopo un po’ di logorio riesco persino a chiederlo. Peccato voi persone siate degli esseri malfunzionanti e parziali, e quasi mai capite quel che vi si chiede davvero, perché quasi mai capite voi stessi, e non facendolo non potete spiegarvi a me che mi sdilinquisco nell’incomprensione. (Lo dicevo, no? Non accetterò mai che ci siano cose che non posso comprendere. Fottiti, disturbo narcisistico della personalità.)
Pensavo che ci sono cose che mi feriscono così a fondo e che più che essere disturbata dalla ferita – che c’è, rimane lì, ma diventa un accessorio come un altro alla me presente – sono stupefatta della capacità di farmi ancora tanto male per tanto poco, e di quanto riesco a essere deliziosamente, perfettamente ipocrita nel fingere che non mi importi sul serio che nessuno lo veda mai. (Sì, questa è una deriva emo. Ce n’è una ogni due anni, su Mimicry, sono perfettamente legittimata ad non cancellare l’ultima frase. E sì, la parentesi è per convincere me stessa. Voi non parlate mai allo specchio? Le parentesi sono la stessa cosa.)
Insomma, io a settembre ci sono nata, e la sensazione è quella di essere sempre al punto di partenza – perché a settembre si riparte a cercare di essere una versione leggermente migliorata di quello che eri prima delle vacanze, da sempre, nella mia vita – e di non aver mai davvero fatto niente, come in un gigantesco, sadico Monopoli che ti fa ripartire dal via in continuazione, ancora e ancora, mentre tutti gli altri costruiscono i loro fottutissimi alberghi. Avevo detto che sarebbe stato un post riduzionista. Eccovelo qua, il crollo della figura retorica moderna.
Nel mentre agosto non è ancora finito, io a giorni riparto e forse avrò modo di schiarirmi le idee, di riprendere la cura di sé, e aspettare settembre. Come al solito.

Completamente inutile e assolutamente indispensabile

La pratica è una lotta.
Una lotta continua, estenuante, di trincea. Non è dato distrarsi e non è dato disertare. E di lotte così ce ne sono tante, nella vita, ma quella della pratica le riassume tutte, ne è la summa perfetta, è quella che ne sta a capo e le governa tutte. Ed è una gran fregatura, funziona come una maledetta setta: magari non è facile entrarci, ma una volta che sei dentro non se ne esce. È per tutta-la-vita. Tutta-la-vita è un tempo eccessivamente lungo, per qualcuno che ha prospettive che faticano ad arrivare alla settimana successiva.
L’esercizio della pratica, quando hai iniziato – lo sfortunato giorno in cui sei passato dall’edonismo universale, chiassoso, cliché e bellissimo dell’esteta un po’ bohémienne un po’ solo hipster sembrava una posa come tante altre che prendi. Che sarebbe passata, perché le tue pose arrivano, fanno il loro corso, ti annoiano. Come le persone, i fandom, i colori di capelli. Non avevi idea di essere finita in una setta mentale.
Sto parlando di pratiche etiche, di pratiche di cura di sé, ciao, Foucault, cazzo come ti odio, hai rovinato la mia purissima vita di incoscienza.
È anche complicato parlarne: come lo spieghi, alle persone che ti sono attorno?
“Ciao, quanto tempo, cosa fai di bello?”
“Mah, guarda, al momento mi occupo di pratica dell’etica.”
Poi i filosofi vengono visti come imbecilli che si fanno seghe mentali gesticolando come invasati; io una cosa la so per certo, bene non stiamo.
È prendere se stessi e accettare che siamo fallibili, e orrendamente spesso orrendamente sbagliati. È accettare di portare avanti un cinismo positivo che perlopiù infastidisce chi hai intorno – no, signori, il cinismo non è divertente, non è spiritoso, è una martellata nei coglioni – è aver voglia di discutere, sempre, e di mettersi in discussione, sempre, senza una pausa (non ci sono pause nella vita, non nel momento in cui non sei in coma, e io magari me lo evito) senza poter cambiare argomento (non c’è nessun argomento sopra la vita, non nel momento in cui non sei monoteista, e io magari me lo evito) senza giustificazioni di sorta (non c’è niente che giustifichi il tuo essere vivo, anche se forse me lo sarei evitato).
Ed è completamente inutile e non c’è niente di più importante, che a ben vedere è un buon riassunto di quello che la vita, nella sua totalità, è.
Passi un numero incomprensibile di mesi a scolpirti, modellarti, cercare di fare di te quello che consideri un buon essere umano, senza fare sconti – non te ne sei mai fatta, ma adesso si gioca sul serio – e poi basta una cosa ridicola, un errorino, un dispetto del fato, e non sei abbastanza forte per non trascinarti di nuovo tutto addosso, crollando in maniera plateale e ridicola. Bastano delle cazzate infime infilate come rostri incandescenti nel tuo stracazzo di narcisismo per farti buttare via mesi di fatica atroce, facendo sfumare risultati che si potevano ottenere tenendo alta la testa due, tre settimane di più. Due, tre settimane sono niente, in un lavoro di tre anni, ma la pratica funziona così: non la si può interrompere mai.
Le persone muoiono, e tu ti guardi attorno e non sai com’è appropriato reagire. Appropriato. Non giusto, non buono, non vero, non bello – i capisaldi di quello che sei, di come ti muovi, di quello che sei portata ad essere – appropriato. E ti chiedi, di nuovo, se sia giusto, buono, vero o bello pensare all’appropriatezza, e non puoi sapere qual è la risposta, perché la pratica funziona così, la si capisce solo dopo. A volte non la si capisce proprio mai, bisogna solo continuare ad agirla, incrociare le dita e sperare di non stare facendo una clamorosa cazzata. (E mi fa impazzire sapere che non mi è dato sapere qualcosa. Mi fa impazzire che ci siano cose che non si spiegano, che non vogliono essere spiegate. Mi fa impazzire e mi fa infuriare, perché funziono con la testa e lo stomaco mi serve per digerire, non per muovermi nel mio mondo. Me lo asporterei, il mio cazzo di stomaco, e probabilmente vivrei davvero meglio, senza il bisogno dell’alternativa.)
Basta distrarsi un attimo. Basta concedersi un’unghia solamente, una nottata insonne di pausa, un fandom nuovo, qualche strappo alla regola. Basta pensare che, massì, puoi anche ubriacarti un po’, tanto ormai sei diventata abbastanza quello che volevi, puoi permetterti di perdere il controllo. Bastano delle cazzate infime e finisci per chiederti perché continui a fare quello che stai facendo, se non sei in grado di essere quello che vuoi anche quando fai quello che vuoi.
La pratica sta tutta lì, e non c’è niente di più difficile che essere quello che si vuole, sempre, senza sconti.
A seguire, un numero incomprensibile di mesi a ricominciare il lavoro da capo – sapendo che prima o poi, da qualche parte, cadrò di nuovo. Ma è il mio lavoro, d’altro canto.

Di troppi biscotti, di come riesco a flirtare solo se non sono me stessa, e le urla ininterrotte infracraniche.

Scriverò questo post nei pochi minuti di pausa che mi concedo quanto mi viene la compulsiva voglia di prendere il mio malebenedettissimo tomo di filosofia medievale – ma perché, Demiurgo, perché – e lanciarlo giù dalla finestra urlando ALALALALALALALALALALA. Che sì, è un urlo di guerra. Se non lo sapevate peggio per voi, vuol dire che sono più acculturata di altri sui vocalizzi di dolore greci. Omoi omoi omoi.
Ho lo stomaco pieno di biscotti, ed essendomi più o meno disabituata alla sazietà devo riconoscere che è fra quelle situazioni che non riesco a classificare se piacevole o meno. Come i brividi sulle braccia alle ventate fresche che entrano dalla finestra in questi giorni caldissimi, o il cedere delle ginocchia e l’accartocciarsi dello stomaco quando vengo toccata da qualcuno che mi attrae in maniera irresistibile.
Sto pensando moltissimo, di recente, alle sfumature. Di come sono sempre stata categorica e totalitaria, anche proclamandomi sempre paladina delle mezze misure. Ero tragicamente bugiarda: le mezze misure, ancora adesso, a livello puramente ideologiche, le trovo prive di ogni consistenza. O hai una consistenza totale o non ne hai completamente, essere o non essere, principio di non-contraddizione, niente gatti chiusi nelle scatole per me, tante grazie, la meccanica quantistica ancora non rientra nei modelli con i quali mi rapporto consapevolmente al mondo.

Nel frattempo è passata una giornata, io sono andata a fare l’appello, sono stata rimbalzata a casa e tornerò in facoltà solo fra qualche ora, agonizzando fra matricole ipereccitate fino a stasera. Ho un po’ voglia di morire.
Mangio yogurt al mirtillo intervallato da morsi di Camembert. Io, il nutrizionismo e il premestruo, una storia d’amore lunga dodici anni.
Stamattina mi sono svegliata alle quattro e mezzo, rabbrividendo con addosso solo il lenzuolo – fino a ieri c’erano ventotto cazzutissimi gradi –  e ho ascoltato per due ore il diluvio che infuriava. Mi mancava godere di certe piccole cose. Nel corso del tempo, a furia di farci attenzione (è il respiro del mondo, devi notarlo, apprezzarlo, celebrarlo, devi proclamare che sei viva, devi guardare, annusare, devi sentire, DEVISENTIRE, non è la contraddizione in termini più terrificante che sentirete mai? Eppure, è quella che mi sta addosso come una seconda pelle da quando ho coscienza di me, all’incirca) avevo smesso di farmele entrare davvero dentro, certe cose. Quelle piccole sfumature di cui parlavo, quelle pieghe dell’anima che no, mi spiace, arrenditi, non le puoi descrivere.
Non le puoi descrivere non perché nessuno le abbia mai provate – siamo fuori da questo giochino narcisistico – o perché nessuno abbia mai inventato parole per chiamarle. Non le puoi descrivere perché non le capisci, e sono volatili, composte e mutevoli, così ripiegate su se stesse e infilate a fondo in quella parte del tuo cervello che ti fa sentire umana. Ogni tanto capita. Ogni tanto persino spesso, e potrei abituarmici. Non le puoi descrivere perché per come sei diventata, così lontana da te stessa, così profondamente ficcata a testa in giù dentro te stessa, di descrivere il mondo non sarai più in grado. Prezzi da pagare – io l’ho fatto onestamente volentieri.
Mi stupisco, quindi, quando mi succede che il mondo riesca a sorprendermi. Mi stupisco del mio stupore. Non che abbia davvero la presunzione di potermi aspettare qualunque declinazione di me stessa, ma farmi sorprendere dal suono viscerale di un temporale no, cosa vuol dire? È banale, è scontato. È cliché adolescenziale, se vogliamo un po’ hipster. Ho visto decine, centinaia di temporali, ho razionalmente sperimentato il sublime, tzè, ho letto Baudelaire e Rimbaud e Keats, cosa può essere un modesto temporale? Che cosa può farmi?
È come la me che gioca a flirtare. Gioco un personaggio (sì, lo conoscete, e no, non vi dirò chi è perché sto tenendo la mia cotta per la Marvel fuori da questo post ops) che si mostra e si nega, in continuazione, e prova attesa, e aspettative, e prova a fare passi più lunghi della propria gamba per provare che può, che cadrà in piedi. E se cade che sarà mai, voi non avete visto niente, comunque. Si gode sinceramente i rapporti in crescendo. Si gode l’incertezza come può fare un giocatore mentre tira i dadi, immagino. Non ho mai avuto alea. Non ho mai apprezzato che il caso si mettesse in mezzo. (E questo spiega perché ci ho messo 23 anni a finire ai gdr da tavolo.)
Io – io Gucci – ne sono completamente incapace. Per gli stessi motivi di qui sopra. So cosa devo fare, so qual è il gioco che metto in atto, come performo me stessa, il ruolo che mi faccio assegnare. È comunque divertente – è divertente nella misura in cui posso compiacermi di riuscire a prevedere bene come può reagire l’altro – ma non c’è attesa, non c’è sospensione. Qualunque risposta mi venga data è quella che mi soddisfa di più, e da quelle premesse imposto un gioco che non potrebbe essere a carte più scoperte (il fatto che poi nessuno mi prenda sul serio è perché, immagino, nessuno sia abituato al gioco come lo gioco io).
Forse è per questo che mi accompagno a quella manciata di persone che non c’è modo possa scoperchiare. Che rimarranno, per quel che mi è concesso sapere, sempre con angoli scuri, che non vogliono, o non possono, o non sanno mostrarmi. Posso convincermi che non sono completamente da sola, ogni tanto, perché non tutto è alla luce, e perché ogni tanto mi sorprendono come temporali, ed è bellissimo. Senza che io sappia perché.