RSS Feed

‘true life!’ Category

  1. Devo IMMETTERE un titolo. Scriverlo non basta più.

    dicembre 27, 2011 by Kijomi

    Ho aspettato così tanto ad aggiornare che la grafica di WordPress è cambiata tre volte.
    Fico.
    E comunque adesso mica c’ho tempo, sto finendo le valigie, i pacchetti, sto cercando di non collassare perché ho le energie di un capibara defunto da tre settimane e come se non bastasse mi passano film dell’orrore allucinanti dove ninja femmine sparano bolle infernali dalla vagina. Questa ultima digressione era evidentemente una scusa per dire la parola “vagina” e far così aumentare esponenzialmente le visite, visto che sono più di due mesi che ho abbandonato il mio povero blog.
    Non volevo lasciare solo Mimicry prima della fine dell’anno, e visto che non tornerò fino al 9, e dopodiché avrò una sessione d’esame assassina, tanto vale premunirsi subito: ci sarò saltuariamente e con nulla di interessante da dire, visto che ultimamente le cose interessanti – ma non troppo – le faccio.
    Sto lavorando come una disgraziata su tutti i fronti, prima o poi mi tornerà anche la voglia di fare profonde riflessioni personali su me stessa medesima. Ma non tanto presto, a quanto pare. Manca il tempo effettivo per sedermi con calma e dire che cosa ne penso del mondo e della me stessa nel mondo.
    Ho voglia di narrativa (di narrativa russa, che evito da troppo temo), di guardarmi un film sul divano, di parlare con le persone faccia a faccia e non attraverso uno schermo. La mia non-fisicità comincia a pesarmi, così come le posture sempre uguali.
    Ma non sono affatto insoddisfatta. Quello che sta per finire è stato uno degli anni più fruttuosi della mia vita, in cui ho cominciato a fare davvero quello che volevo di me.
    Magari i risultati non saranno evidenti per tutti, ma so che per quello che vale, ci sono delle persone che lo sanno. La memoria di se stessi, questa buffa abitudine che abbiamo di dover perdurare oltre noi stessi, sempre. Mi piace.
    Che vi devo dire, signori?
    Alcolizzatevi di brutto, ridete, mangiate, ridete, scopate, ridete, fate quello che vi rende più felici. Ci si rivede l’anno prossimo. ♥


  2. I no che aiutano a crescere

    ottobre 27, 2011 by Kijomi

    Il titolo del post è anche quello di un libro che non ho mai letto, ma che trovai anni fa sul comodino di mia madre.
    All’epoca mi fece infuriare, per ragioni contingenti – avevo diciassette anni, ero assolutamente convinta di aver capito perfettamente perché mia madre mi avesse rovinata; ahinoi, avevo  ragione – e ne parlai anche qui su Mimicry.
    Non ricordo il tono del post in sé, né perché mi sia venuto in mente, ma ero partita con l’idea di scrivere del mio rapporto con i rifiuti. I miei e quelli degli altri nei miei confronti.
    Mi sono resa conto che sarebbe un’argomentazione decisamente troppo provante per le mie sinapsi, al momento, quindi rimarrà un titolo fuori contesto. Sì, sono una di quelle miserabili creature che danno il titolo prima di iniziare a scrivere. Quasi sempre.

    Oggi ho fatto qualcosa che mi ha lasciata completamente spiazzata.
    Io non posso sopportare – ed è un couldn’t, un non sono in grado di, è fuori dalle mie competenze, esce dalla sfera della mia comprensione – di fare errori marcati e palesi che influiscano significativamente sugli altri. Finché fallisco nell’ambito della mia vita privata è un conto; devo rinfacciarlo solo a me stessa, e io e me abbiamo un rapporto decisamente conflittuale ma ben equilibrato. So come gestire il dolore che provoco a me stessa: sono ben allenata a farlo, l’ho fatto con pervicace testardaggine per ventiquattr’anni e di certo non ho ancora smesso. Ho fatto del controllo spasmodico delle mie interazioni sociali – dalle espressioni facciali al registro linguistico al carattere che switcho con allarmante facilità a seconda di compagnia e occasione – il mio cavallo di battaglia. La maggior parte delle persone che mi conoscono, comprese quelle che mi conoscono davvero, davvero bene, hanno convinzioni su di me totalmente errate, perché le ho finte così bene al principio del rapporto che falsificarle adesso sembra solo costruita modestia. Non lo è mai, non sono capace di modestia. Ma questo lo riprenderò più avanti.
    Mi si chiedeva, qualche tempo fa, dove fossi davvero io. E dove, se non nel modo in cui mi sono costruita? Dove, se non nella complessa formulazione di sembianti che ho cambiato come pelli di serpente nel corso degli anni? La vera me non esiste se non in questo essere polimorfo e contraddittorio. Non sono fatta per l’unità e non sono fatta per la coerenza. Probabilmente non sono fatta nemmeno per la verità, per pura conseguenza logica. La sincerità che metto in atto è sempre totale, quando la metto in atto; questo non vuol dire che non possa sovvertirla completamente l’attimo dopo. Ho quindici anni, che cazzo volete farci?
    Quanto alle falsità che ho costruito con il tempo, il loro perché mi sembra talmente banale da essere mortificante. Ho passato metà della mia vita nella disperata ricerca di un paio d’occhi che mi guardassero, e l’altra metà a respingere le attenzioni che avevo attirato. Ho quindici anni. Che cazzo vogliamo farci?
    Le attenuanti non esistono, quando compio errori, perché nell’errore – incidentale, non voluto, non ricercato, non studiato – si annida quel dispiegamento di me che ho lottato per tutta la mia piccola fottutissima vita per nascondere. Mi si diceva che non posso essere un cyborg. Oh, cazzo, se posso. Lo so perché non sono mai stata niente di diverso, e l’accadere dell’errore mi fa franare tutto il terreno faticosamente ammonticchiato. Ho quindici anni: non voglio farci proprio un cazzo di niente.

    Ho pensato molto spesso alla solitudine di per sé, ultimamente. Dei pensieri non proprio confortarti, a dirla tutta, che hanno portato alla scrittura dell’ultimo post prima di questo. Che ha trascinato con sé, in una catena di avvenimenti che riesco a vedere quasi con chiarezza, a qualche settimana di distanza, una serie di ragionamenti molto puntuali, coadiuvati da un corso di Poetica e Retorica (sono una di quegli sfigatissimi esseri che si arricchisce moralmente ed emotivamente all’università, sì).
    Sto prendendo risoluzioni, e alcune si propongono drastiche. Non so mai quanto riuscirò ad aderire loro – sono sballottata qua e là dalla mia emotività senza raziocinio (quindici anni) – ma per il momento sono molto chiare.
    Prima fra tutte, devo imparare a riappropriarmi della solitudine.
    Nel corso degli anni ho disimparato a stare da sola. Se la solitudine è una condizione imposta non la patisco più di tanto, ma le sfuggo – sfuggo a me stessa, quindi, quella scevra di declinazioni sociali – appena ne ho l’occasione. E l’occasione c’è in modo praticamente costante. Non mi piace dovermi ritrovare a disagio con l’essere umano con il quale invecchierò e morirò.
    Non stupitevi se diventerò addirittura meno disponibile di quanto sono, meno accorta, meno presente. Se dirò qualche no in più. Mi sto occupando dell’unico essere umano del quale mi importi in maniera assoluta e incontrovertibile. Dovreste farlo anche voi, a mio modestissimo avviso. Dovrebbero farlo tutti.

    Ho quindici anni e non me ne sbatte un cazzo. Fatevene una ragione.


  3. Quelle piccolezze tipo respirare

    ottobre 5, 2011 by Kijomi

    Sono viva sono viva sono VIVA.
    Sono stata molto molto vicina a non esserlo più, sono invecchiata (sic.), ho una parrucca bionda bellissima, sono talmente nerd che al momento ho tre dico TRE campagne di gdr da tavolo in corso, leggo fantasy-oh-mio-dio, guardo un numero di film spropositato ma non sono mai abbastanza in forze per scrivere qualcosa di relativamente decente sul blog. Questo post lo sta dimostrando ampliamente.
    La sessione d’esami è finita, io l’ho passata vittoriosamente – oh, era un po’ ora – e io sto faticosamente riprendendo il contatto con la mia vita. Ciao vita, mi sei mancata, vediamo di ricominciare a frequentarci per bene e non lasciarci mai più. Grazie.
    Stavo anche scrivendo un post di odio generico che mi stava venendo tanto tanto bene e che dimostrava che quando hai dalla tua il potere degli elenchi puntati la retorica, il logos e l’arguzia sono ammenicoli da donnicciuole, ma! è passato quel fantastico deterrente all’educazione che è lo stress, adesso sono rilassata come un gatto grasso sul suo cuscino preferito, quindi dovrete aspettare.
    In generale, comunque, ultimamente mi sono sentita un po’ stretta, qui su Mimicry. Avrei voglia – e bisogno – di parlare di faccende personali che personali lo sono davvero troppo, nel generale senso che parlerebbero di me in relazione ad altri. Ad altri a cui tengo e che mi leggono e che non hanno responsabilità effettiva delle mie considerazioni, tutte variabili che mi fanno legare le dita e rimanermene al mio posto. La politica interna di Mimicry, spontaneamente generatasi nel corso degli anni, è sempre stata quella di cianciarvi di un sacco di paturnie intimiste senza andare ad intaccare la sfera del privato. Sono stata particolarmente brava e naturalmente non smetterò certo ora, ma odio dovermi censurare. C’è qualcosa dentro di me che si rompe, ogni volta che sono costretta a farlo – e di recente l’ho fatto davvero spesso – senza contare che è un tradimento nei confronti della me del futuro, che dovrebbe riuscire a ricordare quella che è stata proprio grazie a questo blog. So quanto sono cresciuta perché c’è questo ammasso di deliri adolescenziali che è rimasto sempre uguale a se stesso. È la cosa che mi rappresenta di più, e tacere di necessità (come ho già fatto tante volte in passato) è fare un torto soprattutto a me stessa. Bella fregatura.


  4. Vino, corsetti e lettere d’amore.

    agosto 27, 2011 by Kijomi

    Vi ricordate? Vi avevo detto che il laccetto rosso ci aveva lasciati per sempre.
    Bene, il laccetto rosso è tornato.
    Senza dare spiegazioni e in maniera un po’ creepy, ricomparendo sulla mia scrivania senza che nessuno – ho chiesto in giro – ce l’avesse messo. Ma d’altro canto è del laccetto rosso che stiamo parlando, quindi non potevo aspettarmi altro. Non so se vedere in tutto questo un brusco ritorno alle origini, lo schianto delle illusioni, l’entropia, o, più semplicemente, il fatto che forse l’avevo abbandonato sotto la tastiera.
    Non lo sapremo mai, ma nel frattempo io sto vivendo l’estate più intensa della mia via.
    Nemmeno quella dei miei diciannove anni – l’estate di Roma, Parigi, Saint Seiya, la scoperta di quello che volevo essere – è stata così densa di avvenimenti e persone.
    Ho fatto cose che avrei voluto fare da tempo, che avrei dovuto fare molto tempo fa, che non avrei mai dovuto fare; cose che non speravo più di fare – confermando la teoria che il mondo mi vuole apatica: quando smetto di provare soddisfa tutti i miei desideri – cose che probabilmente volevo fare ma di cui non ero nemmeno al corrente.
    Signori, poi: è tornato Sublime. Ed è colpa di qualcuno, perché Sublime è sempre colpa di qualcuno: che sia Charles Baudelaire, la Ele, il mio narcisismo o le persone bellissime di cui mi circondo. (La Ele non è una persona, la Ele è un AI, e ormai dovreste saperlo bene.)
    È tornato Sublime e con esso il mio pensare narrativamente, immaginariamente. Da quanto tempo non lo facevo? Probabilmente poco, penso immaginativamente da quando sono in grado di pensare il pensiero, e non son cose che puoi smettere di fare. Eppure, wow, sto pensando Sublime. (Scrivendo è una parola grossa, ma sto facendo anche quello.)
    Potete fare una ricerca per tag e dare un’occhiata a quante volte l’ho detto, negli ultimi quattro anni. Un indizio: sono tante e sono tutte false. Io fossi in voi non mi crederei.
    Eppure. Eppure.
    Eppure c’è il pensare alle lettere d’amore come le scriverebbe qualcuno che d’amore non è capace, ma è davvero capace di scrivere lettere d’amore.
    Con una grafia impeccabile, innanzitutto, tanto elaborata da sembrare finta, ma abbastanza frettolosa da convincere di essere stata scritta di getto, senza ripensamenti, come una poesia che viene perfetta alla prima stesura e che non si osa toccare per non sfiorirla.
    Piena di invocazioni, ovunque, ripetute, perché il nome di chi si ama lo si deve dire sempre, anche quando non serve – e se te lo chiedono, va risposto qualcosa di orrendamente sincero e orrendamente poco credibile (e questo vale per tutte le domande d’amore) – e assolutamente privo di prolessi e analessi. L’amore è al presente, sempre, vive nel tempo del mondo.
    Così come non bisogna mai fare progetti, nelle lettere d’amore, ma solo sfrenate e irrealizzabili fantasie: l’amore vive il tempo del suo mondo, non del mondo reale. Deve essere piena di dichiarazioni assolutamente false scritte nella maniera più schietta e sincera, che sia impossibile non credere loro; e altrettanto piena di aforismi crudelmente veri e proprio per questo dal suono assolutamente fasullo. Deve essere brutale e dolcissima e non dire mai niente di chi la scrive, se non che la scrive per chi ama: perché è questo che conta, nelle lettere d’amore, il destinatario.
    Bene.
    Sono ancora capace di pensare come Oscar. Questo vuol dire che sono ancora abbastanza crudele da poter imitare – orrendamente, ma non c’è bisogno di dirlo – quell’altro Oscar (proprio quello, non quello prima né quello dopo) e farvi diventare tutti discretamente scemi perché ci sono ben tre individui a scrivere questo post, al momento, e contemporaneamente.
    Io, intanto, domani me ne vado in campeggio con Gold Insanity, appendendo momentaneamente la mia vita al gancio della nerdità più spinta e pornografica. Ciao, me stessa, sarò un sacco di altre persone per una manciata di giorni.
    Se avete paura di impazzire, il metodo dissociazione di personalità programmata funziona davvero bene.
    Non vedete come sono simpatica io? (Cazzo, mi manca il mio analista. Meno male che è quasi settembre.)