Una volta usavo il blog soprattutto in momenti di profonda frustrazione, o eccitazione, o prostazione. Momenti in cui il mio stato mentale era sovraeccellerato, insomma, frenetico, dove stare dietro ai pensieri battendo sui tasti era arduo. Facevo lo stesso quando scrivevo, spurgandomi dell’emotività eccessiva che si ha quando si è ragazzini. La produzione era senz’altro più sentita.
Adesso la scrittura mi serve perlopiù come lavagna cognitiva (sì, è per questo che ormai funziono a liste), e per quanto grezzo è tutto pensato e ripensato e rimasticato e sputato, cosa che rende questo posto probabilmente un po’ viscido, bavoso e decisamente meno viscerale.
In linea generale non mi dispiace – mania del controllo su di me e sulle reazioni degli altri a me – anche perché ritengo sia più costruttivo per tutti leggere qualcosa che venga prodotto da un cervello e non da degli impulsi ormonali incontrollati. Quando sono io a leggere gli impulsi ormonali incontrollati degli altri in genere provo molta tenerezza, e detesterei saper di provocare sentimenti simili. (In caso, non ditemelo. Fatemi il favore di continuare ad avere paura della caustica me che non sono più da tanto tempo ma continuo a fingere squisitamente bene.)
Poi, ci sono le giornate come oggi, quelle di malumore insensato e viscerale aumentato da tante piccole disavventure – l’esistere di una mattina, il cadere dalle scale, la richiesta formale di onnipotenza e ubiquità – e io vorrei essere capace di lobotomizzare il cervello e lasciar comandare gli impulsi.
Se il scrivere questo post lo può sembrare, in parte, rimane il fatto che non sia capace di buttar giù niente. Non conosco l’improvvisazione, pur continuando a proclamarmi sua grandissima fautrice. Ho tenuto sotto controllo rigidissimo le informazioni su di me che questo blog ha lasciato trapelare nel corso degli anni, e chi mi leggesse esclusivamente, senza avermi mai incontrata di persona, avrebbe un’immagine esaustiva di quella che vorrei in effetti essere. La comunicazione è un affare strano, biscottini. Di persona sono molto più viscerale - forse troppo – eppure non abbastanza, perché lo sono in maniera incontrollata e irrazionale.
Dovrei essere razionalmente irrazionale, controllare l’impulso viscerale – che poi è un po’ il far arte, se ho capito cosa vuol dire farlo.
Avete notato che il verbo capire sorregge la stragrande maggioranza dei miei periodi? Già.
Lo trovo un giochino perverso, perlopiù, a cui ci pieghiamo perché siamo fatti così, ci siamo sviluppati in questa dimensione e in questa dimensione ci diversifichiamo. Il caos dentro una pentola a pressione.
Che mi stia bene o no, è questo quello contro cui lotto.
Questo post avrebbe potuto essere riassunto in una lamentazione brutale e parziale di quanto faccia schifo la mia vita (sic), e invece vi beccate un’incomprensibile mezza tirata psicanalitica.
Qui, bestioline, stiamo raschiando il fondo della pentola. Che continua a fischiare lo stesso.
Kijomi,
Louchette, Cheshire Cat, Pisces no Aphrodite and so on.





