Il blog è morto, viva il blog!

Ciao, sformatini di formaggio, long time no see.
Ma sono tornata.
Non qui, però, e stiamo ancora lavorando alla casetta nuova, quindi stay tuned che appena ci siamo avrete il link nuovo comodamente aggiornato in questo post.

Niente qui verrà cancellato (sono ancora troppo piena di me per eliminare con un paio di clic tredici anni di blog), e ci tenevo a ringraziare chi negli anni è rimasto, anche quando non c’ero più io. Ma anche quelli che sono venuti e andati, quelli che mi hanno trovato con chiavi di ricerca come “tette narcisiste” e quelli che sono arrivati e non ci hanno capito niente. Anche io, stelline, anche io.
È stato un bel viaggio, che cambia solo mezzo. No, davvero, non vi liberate di me, sorry not sorry.
Cià ♥

Metamorfosi nerdiche

O di come non bisogni sottovalutare mai le tutine colorate (e sì che il glam rock avrebbe dovuto insegnarmelo anni fa).

Rucci scrive:
io non ce la posso fare
NON CE LA POSSO FARE

[Rucci, esprimendo il pensiero comune di un intero fandom.]

Mi sono resa conto che questo blog, ultimamente, dà un’idea sbagliatissima di me.
Mi fa passare come una tizia che pensa alla comunicazione, all’etica, che studia e applica approfonditamente la filosofia, che ha una profondissima vita emotiva e interiore. Per carità, non sono dettagli né falsi né secondari, in me. Però, un po’ perché scrivo sul blog principalmente per riordinare Profondi Problemi Personali (P.P.P) un po’ perché ho la pudicizia di chi è stata per lungo tempo una stronzetta snob, ometto quasi sempre un dettaglio che si può invero estrapolare da indizi sparsi qua e là. Un dettaglio fondamentale. Un dettaglio che più che un dettaglio rappresenta una gran fetta della mia vita, passata, presente e quasi sicuramente futura. Questa tizia, gente, è anche e soprattutto una fangirl.
Ciao, sono Gucci e ho un problema. Ciao, Gucci. Sono una fictional bitch, e lo sappiamo. La realtà finzionale, d’altro canto, ha sempre avuto molte più attrattive della vita vera – ed è questo il motivo per cui a venticinque anni il risultato migliore che abbia ottenuto oltre al mio record a RUA è di non aver ancora chiuso questo blog – ma ci sono volte in cui mi rendo conto di star oltrepassando i limiti concessi ad un nerd. Non sono molti, ma fidatevi, ci sono. Ho passato quanti? Quattro, cinque anni in completa balìa di Saint Seiya. Ormai so come funziona un’ossessione.
Un’ossessione ti prende alle spalle, senza che tu te ne accorga. È un’ossessione, e in genere non si ricerca, capita. Fra capo e collo. Un giorno sei una persona equilibrata (AHAHAHAHAHAHAHAH) e poi, d’improvviso, senza che tu possa fare niente per fermarti (no, non è vero, ma facciamo finta sia così), FRACK, sei ossessionata ed ossessionante. Per ulteriori approfondimenti, guardate qui, alla voce Fantard. È del MOO che parliamo qui.

Adesso cercherò di fare il punto della situazione e di distinguere quello che è un sano, formante hobby con il quale distrarsi dal peso estenuante della vita vera, da quella che diventa un’ossessione psicotropa.
Visto che per certe cose le parole, di norma, non sono sufficienti, le affiancherò in via del tutto eccezionale (!) con screen del contenuto odierno del mio pc. Sbirciate dentro l’antro della bestia.
Sarà orribile.
Non dite che non vi avevo avvertito.
Buon viaggio.

(altro…)

E poi dove andiamo?

Sì, sono viva. Sono ignominiosamente pigra quando si tratta di passare dal pensare cose utilissime sull’universo la vita e tutto quanto alla pratica di scriverle. Ma a voi che frega, tanto la risposta la sapete.

Devo capire perché le cose mi accadono tutte – e contemporaneamente – quando sono nelle mie fasi di paludosa stasi vitale. Quando sono felice e attiva e funzionale, ben oliata e pronta all’interazione, in genere mi annoio a morte, non mi capita di incontrare nessuno di interessante, e finisco per fare una vita sana da pubblicità del Mulino Bianco, facendo sport e andando a letto alle undici, cosa che giova al mio bioritmo ma che è anche un po’ deprimente. Adesso che ehi, mi sto prendendo il mio sacrosanto mese di depressione imbecille e immotivata, cercando di infilare la testa dentro il mio nuovo fandom e affogare lì senza rimpianti, saltano fuori i lavoretti da fare (altresì detti non mi fingo morta perché voglio i tuoi soldi), e le persone con cui uscire (e poi dove andiamo? ma per fare cosa? c’è un mondo, là fuori, ma veramente?), e i casini altrui a cui dare consulenza (no, sul serio, ma se volete una lavagna cognitiva perché scegliete proprio me?), e il mondo da salvare (le controindicazioni del fandom sono una brutta brutta cosa), e i muffin da sfornare (ma proprio ora che avevo un fisico quasi decente anche per le masse?), eccetera (eccetera).
La comprensione di questo post in realtà pretenderebbe la premessa di un altro che è perfettamente scritto nella mia testa, di cui però ho effettivamente scritto solo il titolo, che è “Del perché non dovrei volere una Sana&Normale relazione Monogama Monosessuale, se anche la volessi. Per fortuna non la voglio.” È un titolo troppo bello perché io non mi impegni almeno un po’ per scriverne il contenuto, non come adesso, che mentre sto scrivendo il post scrollo Tumbrl con sguardo vacuo, guardo The Dark Knight, cerco di ignorare gli appunti che mi guardano male e cerco palesemente di entrare in una fase REM lucida.
(Comincio ad avere anche seri dubbi sulla mia sintassi italiana. Oh beh, whatever, tanto ormai il mio blog lo leggo solo io.)
Suddetto post comunque trattava una sperticata lamentazione su quanto voi persone siate fottutamente difficili da approcciare, e su quanta pazienza, tempo e cura ci voglia nei rapporti umani, caratteristiche che a me mancano e che nella difficile opera di autosoddisfare le mie brame superegoiche non ho voglia di sviluppare. Insomma, dicevo gne gne gne perché dovrei far fatica io quando potreste farla voi. E ancora adesso in realtà mi quoto abbastanza.
In realtà mi sono resa conto che le cose sono ancora più semplici di così. Semplicemente, a forza di distruggere paletto dopo paletto la control freak che c’era in me, quella che poteva prevedere le aspettative su di sé di qualunque essere umano dopo tre minuti netti d’interazione (cazzo, avrei voluto ci fosse la disciplina olimpionica, avrei stracciato tutti), mi sono ritrovata a non capire minimamente più le relazioni che iniziano con quella brutta parola con la N. (Non narcotizzanti. Non nichiliste. Non nitrogliceriniche. Non numismatiche. Non nanotecnologiche. Normali. Scusate, non lo dico più, sono contro le volgarità.)
Sono morbidamente adagiata nella mia poliamorosità attiva – e dio come me la godo, non avete idea di quanto sia comodo, dovrebbe prescriverla il medico – in quel felice giardinetto composto da persone che mi capiscono anche se non ho voglia di verbalizzare e mi esprimo assemblando sillabe casuali e gesticolando (infatti ho completamente perso la capacità di completare un’argomentazione e sembro sotto acidi, in genere, per la facilità con cui mi distraggo), e con cui non ho problemi a girare in condizioni subumane, in pigiami a cuoricini macchiati di vino con la faccia da eroinomane, completamente dimentica dei miei lunghi anni da bohémienne de nojartri.
Mi sento un po’ il bambino selvaggio che viene reinserito nella società, a parte il fatto che io so usare le posate, anche se non lo faccio sempre. Giusto ieri io e Shin ci siamo sbranati un pollo arrosto in due, e mi sono accorta solo alla fine che avevo mangiato senza toccare le posate una volta. Probabilmente la mia de-genderdizzazione sta avendo effetti gravi anche sulle manners.
Insomma, dai, come cavolo si fa a interagire con qualcuno – a conoscere qualcuno – mantenendo un contegno (qualunque cosa questo significhi), magari flirtando un po’ (e vi rimando qui per estendere il problema al fatto che sono anche schizofrenica, in tutto ciò), e contemporaneamente rimanere fedeli alla propria rigidissima etica che pretende sincerità in ogni mia forma esistentiva, anche quando mi fa fatica, anche quando mi fa odiare, anche quando mi impedisce di essere ironica, e quindi di essere la cosa che somiglia di più a quello che sono. Il grosso problema dell’arte che cela il vero, che non c’è modo io (o chiunque di voi, per quel che vale) mi liberi mai dai greci.
Mi sono risposta, come ormai faccio quasi sempre “Oh beh.” Ormai sono abbastanza divertita dalla pratica di me da potermi gettare nelle cose senza farmi problemi. Ma senza pensarci sopra poi, e prima, e durante? Quello mai.
In questo post ci sono più parentesi che punti fermi e look at all the fucks I give.

Procedura Atarassia

Sono in uno stato interessante, quindi mi sembra corretto riportarlo in onore dei posteri. Ho già menzionato che nel mio testamento i miei eredi designati saranno costretti a pagare la rata del dominio per almeno dieci secoli dal mio decesso? Avere online uno dei blog più antichi della rete, quello sarà essere ricordati davvero. Trovare la cura per il cancro, vincere qualche Nobel o qualche Pulitzer? Che roba volete che sia, quelli sono solo sfigati in qualche lista su Wikipedia.
Comunque sia.
A due giorni dall’esame che dovrebbe ipoteticamente risollevarmi da un lustro di miseria e degradazione (…no, davvero, non sono spietatamente ironica, credetemi!), nel momento in cui mi dibattevo tra picchi di razionalizzazione paranoide di non aver fatto abbastanza – studio ininterrottamente da metà febbraio e non ho assolutamente idea di cosa dovrebbe significare “abbastanza” in un contesto di mondo coerente – e abbondanti manciate di fottesega sparse qua e là, il mio cervello si è impostato sulla modalità risparmio energetico e ha avviato la procedura Atarassia.
Io, che sono edonista e rido dello scetticismo da quando mi è stato formulato davanti la prima volta (avevo nove anni e leggevo il Mondo di Sofia di Gaarder, e sì, ero in grado di comprendere una contraddizione interna che un decennio più tardi ho faticato a riformulare. Perché i miei neuroni devono morire tutti?) assisto impotente allo svolgersi di tutto ciò nel mio povero corpicino.
Non sento fame.
Non sento sonno.
Non sento fatica.
Per contro non sento nemmeno sazietà, né qualsivoglia stimolo intellettuale, né necessità di spostare il mio povero guscio incriccato. Che sia incriccato lo percepisco – non ho un problema nervoso, grazie, mettete giù il telefono, rimandate indietro le ambulanze, io e la mia cervicale stiamo bene dove stiamo – ma non lo patisco.
Il dolore è un ricordo lontano.
Oggi ho fatto otto serie di addominali alti. Ora, io ero una che fino a tre mesi fa non faceva un esercizio aerobico DALLE ELEMENTARI: tendenzialmente dopo la seconda serie piagnucolo via in un tripudio di acido lattico. Oggi mi sono fermata perché volevo essere in grado di muovermi il giorno dopo.

[A questo proposito – il re-fit massivo che mi sono imposta – mi si è chiesto “Ma hai trovato il pulsante del SuperIo?”, cosa che mi ha fatto parecchio ghignare, quando ancora avevo un senso dell’umorismo, in quei bei giorni lontani. (Sabato scorso.)
No, è solo che sono impazzita e prendo decisioni che non hanno nessun tipo di logica razionale, nonostante tutti non facciano che ripetermi il contrario. Probabilmente una volta o l’altra vi sterminerò tutti nel sonno e lo farò senza rifletterci su. Non so cosa debba spaventarvi di più, se l’ipotesi del massacro o io che faccio qualcosa senza riflettere per almeno sei settimane. Probabilmente la seconda.]

Soprattutto non sento ansia. Il che è uno stato così profondamente innaturale per me (oh, lo so che voi caramelline al lampone mai l’avreste detto, ma voi caramelline al lampone siete note per vedere solo ciò che io vi metto davanti agli occhi da guardare, quindi era ovvio che non avreste potuto dirlo) che se non fossi totalmente priva di stimoli vitali probabilmente mi spaventerei.
Per fortuna la vita al momento è una splendida bolla grigia di insensatezza. Non è nemmeno quell’apatia piagnucolosa ed annoiata che ti si appiccica addosso nell’adolescenza e che se sei così sfortunato da trascinarti dietro devi rinominare come Spleen per darti un tono con i tuoi amici dannati mentre vi scambiate le vostre poesie di profondo tormento interiore invisibile agli occhi del mondo crudele. Caspita com’è lunga l’ultima frase.
Insomma. Volevo dare testimonianza di tutto ciò. Non è nemmeno sgradevole – come potrebbe, non ho sensazioni di alcun tipo – ma spero sinceramente di non accedere al Nirvana prima di lunedì.
Atarassia o meno, mi girerebbe un po’ il cazzo morire prima di aver dato questo esame. O forse no.