I no che aiutano a crescere

Il titolo del post è anche quello di un libro che non ho mai letto, ma che trovai anni fa sul comodino di mia madre.
All’epoca mi fece infuriare, per ragioni contingenti – avevo diciassette anni, ero assolutamente convinta di aver capito perfettamente perché mia madre mi avesse rovinata; ahinoi, avevo  ragione – e ne parlai anche qui su Mimicry.
Non ricordo il tono del post in sé, né perché mi sia venuto in mente, ma ero partita con l’idea di scrivere del mio rapporto con i rifiuti. I miei e quelli degli altri nei miei confronti.
Mi sono resa conto che sarebbe un’argomentazione decisamente troppo provante per le mie sinapsi, al momento, quindi rimarrà un titolo fuori contesto. Sì, sono una di quelle miserabili creature che danno il titolo prima di iniziare a scrivere. Quasi sempre.

Oggi ho fatto qualcosa che mi ha lasciata completamente spiazzata.
Io non posso sopportare – ed è un couldn’t, un non sono in grado di, è fuori dalle mie competenze, esce dalla sfera della mia comprensione – di fare errori marcati e palesi che influiscano significativamente sugli altri. Finché fallisco nell’ambito della mia vita privata è un conto; devo rinfacciarlo solo a me stessa, e io e me abbiamo un rapporto decisamente conflittuale ma ben equilibrato. So come gestire il dolore che provoco a me stessa: sono ben allenata a farlo, l’ho fatto con pervicace testardaggine per ventiquattr’anni e di certo non ho ancora smesso. Ho fatto del controllo spasmodico delle mie interazioni sociali – dalle espressioni facciali al registro linguistico al carattere che switcho con allarmante facilità a seconda di compagnia e occasione – il mio cavallo di battaglia. La maggior parte delle persone che mi conoscono, comprese quelle che mi conoscono davvero, davvero bene, hanno convinzioni su di me totalmente errate, perché le ho finte così bene al principio del rapporto che falsificarle adesso sembra solo costruita modestia. Non lo è mai, non sono capace di modestia. Ma questo lo riprenderò più avanti.
Mi si chiedeva, qualche tempo fa, dove fossi davvero io. E dove, se non nel modo in cui mi sono costruita? Dove, se non nella complessa formulazione di sembianti che ho cambiato come pelli di serpente nel corso degli anni? La vera me non esiste se non in questo essere polimorfo e contraddittorio. Non sono fatta per l’unità e non sono fatta per la coerenza. Probabilmente non sono fatta nemmeno per la verità, per pura conseguenza logica. La sincerità che metto in atto è sempre totale, quando la metto in atto; questo non vuol dire che non possa sovvertirla completamente l’attimo dopo. Ho quindici anni, che cazzo volete farci?
Quanto alle falsità che ho costruito con il tempo, il loro perché mi sembra talmente banale da essere mortificante. Ho passato metà della mia vita nella disperata ricerca di un paio d’occhi che mi guardassero, e l’altra metà a respingere le attenzioni che avevo attirato. Ho quindici anni. Che cazzo vogliamo farci?
Le attenuanti non esistono, quando compio errori, perché nell’errore – incidentale, non voluto, non ricercato, non studiato – si annida quel dispiegamento di me che ho lottato per tutta la mia piccola fottutissima vita per nascondere. Mi si diceva che non posso essere un cyborg. Oh, cazzo, se posso. Lo so perché non sono mai stata niente di diverso, e l’accadere dell’errore mi fa franare tutto il terreno faticosamente ammonticchiato. Ho quindici anni: non voglio farci proprio un cazzo di niente.

Ho pensato molto spesso alla solitudine di per sé, ultimamente. Dei pensieri non proprio confortarti, a dirla tutta, che hanno portato alla scrittura dell’ultimo post prima di questo. Che ha trascinato con sé, in una catena di avvenimenti che riesco a vedere quasi con chiarezza, a qualche settimana di distanza, una serie di ragionamenti molto puntuali, coadiuvati da un corso di Poetica e Retorica (sono una di quegli sfigatissimi esseri che si arricchisce moralmente ed emotivamente all’università, sì).
Sto prendendo risoluzioni, e alcune si propongono drastiche. Non so mai quanto riuscirò ad aderire loro – sono sballottata qua e là dalla mia emotività senza raziocinio (quindici anni) – ma per il momento sono molto chiare.
Prima fra tutte, devo imparare a riappropriarmi della solitudine.
Nel corso degli anni ho disimparato a stare da sola. Se la solitudine è una condizione imposta non la patisco più di tanto, ma le sfuggo – sfuggo a me stessa, quindi, quella scevra di declinazioni sociali – appena ne ho l’occasione. E l’occasione c’è in modo praticamente costante. Non mi piace dovermi ritrovare a disagio con l’essere umano con il quale invecchierò e morirò.
Non stupitevi se diventerò addirittura meno disponibile di quanto sono, meno accorta, meno presente. Se dirò qualche no in più. Mi sto occupando dell’unico essere umano del quale mi importi in maniera assoluta e incontrovertibile. Dovreste farlo anche voi, a mio modestissimo avviso. Dovrebbero farlo tutti.

Ho quindici anni e non me ne sbatte un cazzo. Fatevene una ragione.

Quelle piccolezze tipo respirare

Sono viva sono viva sono VIVA.
Sono stata molto molto vicina a non esserlo più, sono invecchiata (sic.), ho una parrucca bionda bellissima, sono talmente nerd che al momento ho tre dico TRE campagne di gdr da tavolo in corso, leggo fantasy-oh-mio-dio, guardo un numero di film spropositato ma non sono mai abbastanza in forze per scrivere qualcosa di relativamente decente sul blog. Questo post lo sta dimostrando ampliamente.
La sessione d’esami è finita, io l’ho passata vittoriosamente – oh, era un po’ ora – e io sto faticosamente riprendendo il contatto con la mia vita. Ciao vita, mi sei mancata, vediamo di ricominciare a frequentarci per bene e non lasciarci mai più. Grazie.
Stavo anche scrivendo un post di odio generico che mi stava venendo tanto tanto bene e che dimostrava che quando hai dalla tua il potere degli elenchi puntati la retorica, il logos e l’arguzia sono ammenicoli da donnicciuole, ma! è passato quel fantastico deterrente all’educazione che è lo stress, adesso sono rilassata come un gatto grasso sul suo cuscino preferito, quindi dovrete aspettare.
In generale, comunque, ultimamente mi sono sentita un po’ stretta, qui su Mimicry. Avrei voglia – e bisogno – di parlare di faccende personali che personali lo sono davvero troppo, nel generale senso che parlerebbero di me in relazione ad altri. Ad altri a cui tengo e che mi leggono e che non hanno responsabilità effettiva delle mie considerazioni, tutte variabili che mi fanno legare le dita e rimanermene al mio posto. La politica interna di Mimicry, spontaneamente generatasi nel corso degli anni, è sempre stata quella di cianciarvi di un sacco di paturnie intimiste senza andare ad intaccare la sfera del privato. Sono stata particolarmente brava e naturalmente non smetterò certo ora, ma odio dovermi censurare. C’è qualcosa dentro di me che si rompe, ogni volta che sono costretta a farlo – e di recente l’ho fatto davvero spesso – senza contare che è un tradimento nei confronti della me del futuro, che dovrebbe riuscire a ricordare quella che è stata proprio grazie a questo blog. So quanto sono cresciuta perché c’è questo ammasso di deliri adolescenziali che è rimasto sempre uguale a se stesso. È la cosa che mi rappresenta di più, e tacere di necessità (come ho già fatto tante volte in passato) è fare un torto soprattutto a me stessa. Bella fregatura.

Mimicry per il sociale: E comunque i cartoni sono comodi, per dormire.

Oggi vi propongo un esperimento di modestia e rivalutazione del sé, per la campagna Mimicry per il sociale che ho fondato in questo momento, aspettando che il ripasso che devo fare per riuscire a dare l’esame di lunedì si compia da solo, in autonomia, e io memorizzi senza sforzo alcuno oltre 500 pagine che non ho la benché minima possibilità di ricordarmi.
Viviamo in un’epoca di profonda, devastante incertezza.
Lo sappiamo bene.
Non c’è lavoro, scarseggia persino il precariato, noi nati dopo l’80 dobbiamo praticamente rinunciare da subito a raggiungere la pensione (o metterci nell’ottica di arrivare ai 150 anni, e sinceramente preferisco evitare) e frequentiamo università che non ci danno altro che tempo da occupare mentre là fuori individui più furbi si spaccano la schiena a scaricare la frutta al mercato per costruirsi un futuro semidecente.
Bene. Bene? No, non molto, ma non disperate. Fate come me.
Pensate che sì, probabilmente non diventerete magnati dell’editoria, santoni, mantenuti (le mie tre idee di carriera più papabili alla voce “cosa vuoi fare da grande”) ma che ci sono tante altre posizioni importanti che non potrete comunque raggiungere, e non perché siete sfigati o il sistema è crudele, ma unicamente per colpa vostra e della vostra inettitudine!
Dovreste esserne felici, no?
No?
Adesso vi faccio l’esempio di cinque carriere molto fighe in cui potrei lanciarmi fallendo miseramente. Tira su il morale e vi aiuta a vedere più raggiungibili obiettivi lontani ma non ad anni luce di distanza. E fa ridere, soprattutto.

    • Il fisico teorico
      È una carriera figa perché:
      Il contatto umano è praticamente azzerato, e hai a che fare con i massimi sistemi del cosmo senza nemmeno dover studiare Kant. Sei automaticamente autorizzato ad essere un nerd ipersfigato, senza la fastidiosa clausola di doverlo giustificare con un’infanzia traumatica: è solo colpa del tuo elevatissimo Q.I. In più, secondo il calcolo delle probabilità, è molto facile che accanto a te venga ad abitare una gnocca bionda che ti può fornire un sacco di cheesecake.
      Ma impossibile da raggiungere, visto che: Ho sempre avuto difficoltà insormontabili sulla tabellina dell’8.
    • Il trafficante di diamanti
      È una carriera figa perché: Ti mette a contatto con la natura, è avventuroso, ti fa viaggiare e vedere tanti posti nuovi, ti fa conoscere tante persone sempre diverse. Hai la possibilità di fare carriera molto in fretta e bene, e se sei fortunato dopo una manciata d’anni non avrai più bisogno di lavorare.
      Ma impossibile da raggiungere, visto che: il jet lag a lungo andare mi farebbe diventare completamente pazza.
    • L’idol
      È una carriera figa perché: Sarei idolatrata dai giapponesi, e lo sapete che non c’è onorificenza più grande, al mondo, che venire idolatrata dai giapponesi. Nobel, Oscar? Bazzecole. Sono anche della dimensione giusta, ho un sacco di occhioni e un sacco di tette, tingendomi di biondo farei furore immediato.
      Ma impossibile da raggiungere, visto che: sono stonata come la cosa più stonata che possiate immaginare. E lo so che da Avril Lavigne in genere non è più un problema, ma fidatevi. È molto, molto peggio di così.
    • L’addestratore di struzzi
      È una carriera figa perché: Gli struzzi sono animali intelligentissimi e darebbero un sacco di soddisfazioni. Li si potrebbe usare sia per le corse clandestine che per ricavarci degli splendidi boa, e persino Max Pezzali ne ha un allevamento. Chi non vorrebbe farsi invidiare così? (Sì, lo ammetto, ormai sono un po’ tirate.)
      Ma impossibile da raggiungere, visto che: sono alta un metro e quarantasette e uno struzzo mi ownerebbe di brutto.
    • Il Carillon
      È una carriera figa perché: Non dovrei fare molto altro che girare su me stessa a ritmo sincopato. Il lavoro più facile del mondo.
      Ma impossibile da raggiungere, visto che: sono di materiale organico.

 

Sei Tipi di Pasta: teh fandom

Mi rendo conto che seguire una rubrica su Mimicry sia più o meno impossibile. Sono avversa a qualunque tipo di regolarità, evidentemente, e non riesco a schedulare nemmeno me stessa, figuriamoci una serie modulata di post. Questo però non mi toglierà mai il gusto di fare l’imbecille sulle categorizzazioni del mondo. Le amo in maniera inversalmente proporzionale a quanto smetta di credere in loro: al momento, ho raggiunto il mio picco massimo. Oltre a questo, le mie rubriche subiscono l’altalenante variare della mia ispirazione in materia. Più sono irritata da voi, fastidiose scagliette di mandorla, più mi date modo di assorbire dalla vostra piccola e meschina visuale del mondo il mio sollazzo più grande, quello dello sberleffo impunito. (Impunito perché continuate a essere troppo pieni di voi per accorgervi che vi sto insultando, causandomi ulteriore sollazzo, in una catena autoalimentante senza fine. Come al solito, vi amo.)
Questo post me lo rigiravo in testa da un po’, ma mai come adesso c’è bisogno che io lo scriva.
Siete pronti? Chi indovina cosa sono io – e cosa sono stata – vince un’intera teglia di muffin ai mirtilli. Per davvero, eh!
Per chi non sappia cosa sia Sei Tipi di Pasta, qui. Gli altri, con me, nel più periglioso dei mondi. Mi dicono che sono morbosa, quando voglio solo compiere opere di informazione e prevenzione. Tzè.

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