Lo so, sono sparita.
Ma avevo bisogno di cambiare faccia – adesso sono un portoricano coi baffi – e layout. Anche il layout è un portoricano coi baffi.
A tutti piacciono i portoricani e a tutti piacciono i baffi, quindi siamo tutti felici.
Ciao, mio dispersissimo pubblico.
Sono successe cose, parecchie, come ogni volta che mi prendo immeritate pause da qui. Cose che mi hanno fatto ridere e pensare che è uno spreco, avere un blog e non usarlo, a questo mondo.
Vedo la gente che impazzisce – ma impazzisce sul serio, una cosa da domandarsi se sia in corso una qualche guerra batteriologica, ché io mi rifiuto di pensare che il mondo sia composto da singoli individui così massicciamente uguali l’uno all’altro (e pure ritardati). Stronzetti cinici che si accapigliano con hipster troppoffichi per stare al mondo (ma che ci stanno lo stesso, ahinoi). Orde di amici/fan che si scontrano alle pendici del monte Fato, brandendo congiuntivi mozzi e retorica traballante, queste cose pregevoli qui. Sul web e fuori, e quando le due realtà cominciano a collidere, signori miei belli, miei orsacchiotti di marzapane, ahi ahi, c’è da avere paura.
Non so se ve lo ricordate, quando ero io che mi divertivo a fare la stronzetta cinica.
Per quelli che se lo ricordano, permettetemi di annoiarvi un po’. Per quelli che non c’erano, o hanno rimosso, accomodatevi. Zia Gucci vi racconta una storia. Una storia di bile e carenza di zuccheri (e di intercorsi sessuali insufficienti). Una storia amara. Una storia dura. Una storia di adolescenza, ma senza Moccia. Se volete Moccia, terzo scaffale a destra.
È una storia che affonda le sue dolorose radici a metà degli anni ’00. La maggior parte di voi era solo un dolce frugoletto, che muoveva stentatamente i primi passi nel periglioso mondo dei siti porno. Io invece c’ero, ed ero attiva. Ed ero una sedicenne. Ed ero, come è scientificamente provato e se non lo è non mi interessa perché è un’ovvietà di cui nemmeno il tacchino induttivista potrebbe dubitare – ecco, potete prendere fiato qui – ero, dicevo, ritardata come tutti gli adolescenti. Se non ci credete gli archivi di questo blog sono a disposizione.
Credevo, a sedici anni, di aver davvero diritto di dire la mia. Non solo: credevo che la mia opinione non avesse solo la prerogativa di essere la più interessante, la meglio strutturata, la più brillante, innovativa, ben radicata seppur frizzante e autoironica, no. Credevo anche, com’è logico aspettarsi, che fosse l’unica disponibile sul mercato.
Credevo che le persone che non mi ascoltavano, o che non condividevano, poverine, erano troppo stupide e semplicemente non ci arrivavano: non erano la mente eletta e superiore che ero io. Chi mi disprezzava era uno stronzo arrogante che me l’avrebbe pagata (dopo); chi riusciva meglio di me in quello che pensavo di saper fare bene solo un mediocre, aiutato da spintarelle ai piani alti (vi lascio immaginari scenari cruentissimi, ma perlopiù si parla di ficwriting e pixelart. Ma shhh, non ve lo sto dicendo davvero.)
Mi circondavo di individui scelti con la massima cura, che facevano parte di due precise categorie: chi potevo controllare bene, creature ingenue e tranquille che mi ammiravano per quel mio savoir faire immorale e fuori dalle regole (?), e idoli intoccabili, a cui miravo come modelli di vita, che imitavo passo passo ma da lontano, sperando che un giorno avrebbero posato il loro munifico sguardo sulla mia magnificenza e accolto fra di loro, come loro pari. È successo spesso, con esiti catastrofici per il mio ego, come saprete benissimo da voi, ormai. Usavo la piccola cultura che mi ero forgiata come vessillo di un’élite di prescelti, che il mondo doveva imparare ad accettare e osannare. Non avevo fretta, ero perfettamente consapevole di essere immortale, eterna, perfetta.
Avevo sedici anni, e ad oggi mi trovo molto tenera. Un po’, sapete, quasi mi manco: ho convissuto con quella me abbastanza a lungo da accettarla con tutte le contraddizioni. Era facile incolpare gli altri di faciloneria, di sciatteria, di maleducazione. Era facile dare dell’ipocrita agli altri, proclamando che un’ipocrita non dichiarerebbe mai di esserlo – ad oggi è il mio paradosso preferito – come facevo io. Era facile dire tu, non io. Il mondo, non io. Gli altri brutti, cattivi, stupidi, insulsi, non io limitata e molto, molto ingenua. Manipolata, forse. Probabilmente inconsciamente, come probabilmente inconsciamente manipolavo io le creaturine che mi si sottomettevano dolcemente. Era uno scontro di raziocinio, di ragionamento portato al massimo grado di vigliaccheria: conosci te stesso tanto bene che il nemico non potrà più trovare punti scoperti.
Sono e sono stata, ahimè e ahivoi, abbastanza acuta, intelligente, da arrivare fin lì. Non tutti ci arrivano, e non lo auguro a molti. È scomodo pensare di pensarsi così bene da non avere angoli ciechi.
Soprattutto perché è una bugia.
Perché perde di vista la pancia, quelle interiora con le quali sto facendo i conti adesso, con tanta fatica. I ragazzini alle interiora non ci pensano mai. A fare i conti con l’aggressività degli altri – quella buona – si dà battaglia col cervello, non con la pancia. La pancia, se messa in moto, ti direbbe subito che l’aggressività è buona, se è quella dello scontro creativo, corroborante e sfinente della conversazione fallita. Perché la tua dialettica si esaurisce, perché l’altro è più bravo, più saggio, più colto, più acuto, perché guarda le cose da un’altra prospettiva. Perché è superiore a te. È buona perché insegna, è buona perché ti fa misurare i passi per non inciampare ancora. È buona perché ti dà dei paletti per definirti e definire gli altri – non con la testa, quello siamo buoni tutti, ma con l’istinto.
La vita è una lotta; lo è diventata perché non siamo capaci di vedere gli altri che come emanazioni di noi stessi. Quindi via le contraddizioni: vinco io, o vinci tu. Se vinci tu, ti odio; se mi dai contro, se non mi segui pedissequamente, se tu, mia emanazione, proiezione fedele, non fai quello che voglio, cerco di distruggerti. Imparare a fare filosofia, per me, è aver imparato anche che per quanto quei megalomani schizoidi si siano sventrati a forza di sillogismi per quattromila anni, non c’è niente di davvero completamente valido. Non c’è niente di completo, non c’è niente di perfetto.
Siamo sempre qui, e le felci sono comunque più vecchie di noi. E ci sopravvivranno.
Questo ci porta a oggi. Oggi sono arrivata al massimo grado di evoluzione che raggiungerò mai.
No, niente grandi conquiste intellettuali. Niente epifanie, niente rivoluzioni. Ho persino finito le caramelle. Eppure, oggiho qualcosa che non ho mai avuto, e che cercherò di tenermi stretta per il resto della vita.
Gira. Ha persino lo schienale reclinabile.
Ho una sedia con le rotelle.
Il mondo è bello, la vita meravigliosa, e voi siete davvero idioti se dopo sette anni di blog non avete ancora capito che sono contro le morali e trovo l’insultarvi il mio sollazzo più grande. ♥
Ci si legge presto, torroncini alla nocciola.