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Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1885

Vedete, io vi mostro l’ultimo uomo.
“Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è anelito? Che cosa è stella?” – così domanda l’ultimo uomo e ammicca.
La terra allora sarà divenuta piccola, e su di essa andrà saltellando l’ultimo uomo, che farà tutto piccolo. La sua razza è inestirpabile, come la pulce di terra; l’ultimo uomo è quello che ha la vita più lunga.
“Abbiamo inventato la felicità” –  dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.
Hanno abbandonato le contrade in cui la vita era dura: perché si ha bisogno di calore. Si ama anche il prossimo e ci si strofina a lui: perché si ha bisogno di calore.
Ammalarsi e diffidare è per loro una colpa: si procede guardinghi. Stolto chi ancora incespica sulle pietre o sugli uomini!
Un po’ di veleno di tanto in tanto: ciò fa fare sogni gradevoli. E alla fine molto veleno, per un morire gradevole.
Si lavora ancora, poiché il lavoro intrattiene. Ma si cura che l’intrattenimento non affatichi.
Non si è più poveri o ricchi: sia l’una che l’altra cosa è troppo fastidiosa. Chi vuole ancora governare? Chi vuole ancora obbedire? Sia l’una che l’altra cosa è troppo fastidiosa.
Nessun pastore e un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente, se ne va da sé al manicomio.
“In altri tempi tutti erano pazzi” – dicono i più raffinati e ammiccano.
Si è saggi e si sa perfettamente come sono andate le cose: così non si finisce mai di sorridere. Si litiga ancora, ma ci si riconcilia subito –  per non sciuparsi lo stomaco.
Si ha il piacerino per il giorno e il piacerino per la notte: ma si sta attenti alla salute.
“Noi abbiamo inventato la felicità” – dicono gli ultimi uomini e ammiccano.

(…)

“Dacci questo ultimo uomo, Zarathustra – così gridavano – facci diventare questo ultimo uomo! E noi ti regaleremo il superuomo!”

Le felci le felci le felci (la palma la palma la palma)

Lo so, sono sparita.
Ma avevo bisogno di cambiare faccia – adesso sono un portoricano coi baffi – e layout. Anche il layout è un portoricano coi baffi.
A tutti piacciono i portoricani e a tutti piacciono i baffi, quindi siamo tutti felici.
Ciao, mio dispersissimo pubblico.
Sono successe cose, parecchie, come ogni volta che mi prendo immeritate pause da qui. Cose che mi hanno fatto ridere e pensare che è uno spreco, avere un blog e non usarlo, a questo mondo.
Vedo la gente che impazzisce – ma impazzisce sul serio, una cosa da domandarsi se sia in corso una qualche guerra batteriologica, ché io mi rifiuto di pensare che il mondo sia composto da singoli individui così massicciamente uguali l’uno all’altro (e pure ritardati). Stronzetti cinici che si accapigliano con hipster troppoffichi per stare al mondo (ma che ci stanno lo stesso, ahinoi). Orde di amici/fan che si scontrano alle pendici del monte Fato, brandendo congiuntivi mozzi e retorica traballante, queste cose pregevoli qui. Sul web e fuori, e quando le due realtà cominciano a collidere, signori miei belli, miei orsacchiotti di marzapane, ahi ahi, c’è da avere paura.
Non so se ve lo ricordate, quando ero io che mi divertivo a fare la stronzetta cinica.
Per quelli che se lo ricordano, permettetemi di annoiarvi un po’. Per quelli che non c’erano, o hanno rimosso, accomodatevi. Zia Gucci vi racconta una storia. Una storia di bile e carenza di zuccheri (e di intercorsi sessuali insufficienti). Una storia amara. Una storia dura. Una storia di adolescenza, ma senza Moccia. Se volete Moccia, terzo scaffale a destra.
È una storia che affonda le sue dolorose radici a metà degli anni ’00. La maggior parte di voi era solo un dolce frugoletto, che muoveva stentatamente i primi passi nel periglioso mondo dei siti porno. Io invece c’ero, ed ero attiva. Ed ero una sedicenne. Ed ero, come è scientificamente provato e se non lo è non mi interessa perché è un’ovvietà di cui nemmeno il tacchino induttivista potrebbe dubitare – ecco, potete prendere fiato qui – ero, dicevo, ritardata come tutti gli adolescenti. Se non ci credete gli archivi di questo blog sono a disposizione.
Credevo, a sedici anni, di aver davvero diritto di dire la mia. Non solo: credevo che la mia opinione non avesse solo la prerogativa di essere la più interessante, la meglio strutturata, la più brillante, innovativa, ben radicata seppur frizzante e autoironica, no. Credevo anche, com’è logico aspettarsi, che fosse l’unica disponibile sul mercato.
Credevo che le persone che non mi ascoltavano, o che non condividevano, poverine, erano troppo stupide e semplicemente non ci arrivavano: non erano la mente eletta e superiore che ero io. Chi mi disprezzava era uno stronzo arrogante che me l’avrebbe pagata (dopo); chi riusciva meglio di me in quello che pensavo di saper fare bene solo un mediocre, aiutato da spintarelle ai piani alti (vi lascio immaginari scenari cruentissimi, ma perlopiù si parla di ficwriting e pixelart. Ma shhh, non ve lo sto dicendo davvero.)
Mi circondavo di individui scelti con la massima cura, che facevano parte di due precise categorie: chi potevo controllare bene, creature ingenue e tranquille che mi ammiravano per quel mio savoir faire immorale e fuori dalle regole (?), e idoli intoccabili, a cui miravo come modelli di vita, che imitavo passo passo ma da lontano, sperando che un giorno avrebbero posato il loro munifico sguardo sulla mia magnificenza e accolto fra di loro, come loro pari. È successo spesso, con esiti catastrofici per il mio ego, come saprete benissimo da voi, ormai. Usavo la piccola cultura che mi ero forgiata come vessillo di un’élite di prescelti, che il mondo doveva imparare ad accettare e osannare. Non avevo fretta, ero perfettamente consapevole di essere immortale, eterna, perfetta.
Avevo sedici anni, e ad oggi mi trovo molto tenera. Un po’, sapete, quasi mi manco: ho convissuto con quella me abbastanza a lungo da accettarla con tutte le contraddizioni. Era facile incolpare gli altri di faciloneria, di sciatteria, di maleducazione. Era facile dare dell’ipocrita agli altri, proclamando che un’ipocrita non dichiarerebbe mai di esserlo – ad oggi è il mio paradosso preferito – come facevo io. Era facile dire tu, non io. Il mondo, non io. Gli altri brutti, cattivi, stupidi, insulsi, non io limitata e molto, molto ingenua. Manipolata, forse. Probabilmente inconsciamente, come probabilmente inconsciamente manipolavo io le creaturine che mi si sottomettevano dolcemente. Era uno scontro di raziocinio, di ragionamento portato al massimo grado di vigliaccheria: conosci te stesso tanto bene che il nemico non potrà più trovare punti scoperti.
Sono e sono stata, ahimè e ahivoi,  abbastanza acuta, intelligente, da arrivare fin lì. Non tutti ci arrivano, e non lo auguro a molti. È scomodo pensare di pensarsi così bene da non avere angoli ciechi.
Soprattutto perché è una bugia.
Perché perde di vista la pancia, quelle interiora con le quali sto facendo i conti adesso, con tanta fatica. I ragazzini alle interiora non ci pensano mai. A fare i conti con l’aggressività degli altri – quella buona – si dà battaglia col cervello, non con la pancia. La pancia, se messa in moto, ti direbbe subito che l’aggressività è buona, se è quella dello scontro creativo, corroborante e sfinente della conversazione fallita. Perché la tua dialettica si esaurisce, perché l’altro è più bravo, più saggio, più colto, più acuto, perché guarda le cose da un’altra prospettiva. Perché è superiore a te. È buona perché insegna, è buona perché ti fa misurare i passi per non inciampare ancora. È buona perché ti dà dei paletti per definirti e definire gli altri – non con la testa, quello siamo buoni tutti, ma con l’istinto.
La vita è una lotta; lo è diventata perché non siamo capaci di vedere gli altri che come emanazioni di noi stessi. Quindi via le contraddizioni: vinco io, o vinci tu. Se vinci tu, ti odio; se mi dai contro, se non mi segui pedissequamente, se tu, mia emanazione, proiezione fedele, non fai quello che voglio, cerco di distruggerti. Imparare a fare filosofia, per me, è aver imparato anche che per quanto quei megalomani schizoidi si siano sventrati a forza di sillogismi per quattromila anni, non c’è niente di davvero completamente valido. Non c’è niente di completo, non c’è niente di perfetto.
Siamo sempre qui, e le felci sono comunque più vecchie di noi. E ci sopravvivranno.

Questo ci porta a oggi. Oggi sono arrivata al massimo grado di evoluzione che raggiungerò mai.
No, niente grandi conquiste intellettuali. Niente epifanie, niente rivoluzioni. Ho persino finito le caramelle. Eppure, oggiho qualcosa che non ho mai avuto, e che cercherò di tenermi stretta per il resto della vita.
Gira. Ha persino lo schienale reclinabile.
Ho una sedia con le rotelle.
Il mondo è bello, la vita meravigliosa, e voi siete davvero idioti se dopo sette anni di blog non avete ancora capito che sono contro le morali e trovo l’insultarvi il mio sollazzo più grande. ♥

Ci si legge presto, torroncini alla nocciola.

Film sui cigni e chiedersi perché

Ormai praticamente accedo al pannello di WordPress solo per aggiornare il programma, sta diventando deprimente.
Dovrei fare un bel post frizzante, del tipo “Perché il mio animale preferito è la tartaruga” (perché sono animali socialmente avulsi, dalla sessualità disturbata, dicotomici, hanno il becco e volano e possono anche battere Achille nella corsa, se solo interviene un filosofo più pigro di loro); il punto è che sono completamente esacerbata.
Sono stressata senza saperne il perché, ed è rarissimo, per me. Faccio quello che devo fare per automatismo – rendendo automatico anche l’amarlo, per quanto mi sembri paradossale – e una volta che ho esaurito la barra doveri cado in uno stato catatonico senza speranza di emersione. Non ho mai guardato tanti film: coi film è facile. Guardi, ascolti, il processo immaginativo è già tutto lì, dispiegato, semplice, masticato. È passivo, e sto assorbendo pian piano tutta questa passività, e me la sto rendendo caratteristica.
Mi fa abbastanza schifo. Leggo pochissimo, e soprattutto per l’università. La narrativa mi nausea, non me la godo, la sento rigida. Riesco ad apprezzarla dal punto di vista formale, e vi assicuro che leggere formalmente McEwan è un po’ come andare ad una mostra di arte contemporanea guardando l’estetica delle opere. Oltre a non avere senso è anche abbastanza stupido e pretenzioso. Però Caravaggio mi ha baciata. ♥

Mi chiedevo cosa sono diventata. Se alla fine questa sistematica rinuncia ai meccanismi di controllo non sia un ribaltamento totale di quello che era dall’inizio un meccanismo di controllo. Con Foucault sulla scrivania è tutto ingabbiato nella comoda ambiguità potere/sapere, e non posso dire di essere d’accordo. Nemmeno con me stessa, soprattutto con me stessa. Diciamo che la me stessa delle ultime due settimane mi sta un po’ sul cazzo.
Mi chiedevo se ero poi felice di liberarmi delle nevrosi, e dei capricci del mio cervello, e dell’insieme di infelicità croniche e meccanismi ripetitivi che alla fine fanno di me quello che sono. Mi chiedevo – perché non posso fare altrimenti – se questo chiedermelo non è l’ennesimo coacervo di nevrosi. Sono dannatamente troppo psicanalitica e la psicanalisi mi sta sul cazzo, ma bisogna rendere atto del fatto che sono in queste condizioni da dopo aver visto Black Swan. Vedi un po’ te se un film sui cigni deve avere questi effetti.

Scetticismo per rabdomanti.

Devo capire perché regolarmente, a due giorni di tempo da un esame, invece di concentrarmi come dovrei e finire con calma, che non siamo i primi idioti e una vaga capacità mnemonica l’abbiamo – quella di concetto non c’è da specificarla, applico Paci a Saint Seiya e spero che nessuno se ne accorga mai – io comincia  a fare qualunque altra cosa. Ma proprio qualunque, vi assicuro. Non ci laureeremo mai.  (Da canticchiare con questa tonalità.)

Comunque, già che siamo qui, comunicherò al mondo la mia sofferenza.
Se non leggo un libro entro breve credo mi esploderà in cervello. Comincerò ad esprimermi per sillogismi. Includerò la parola esegesi in ogni mia frase. Comincerò a dubitare del dubbio.

[Questo merita una parentesi: sera inoltrata, innocuo roleplay ad cazzum. Due persone con tanti problemi. (I player, ma anche i pg)

Byaku: *FORSE*
§ P o i s o n I v y §: *anzi*
*(forse)*
(...oh no è orribile. Mi sono fissato sulla parola forse e adesso dubito della sua esistenza)
Byaku: (.............................cosa?)
§ P o i s o n I v y §: (non so come spiegarlo. Ti è mai capitato di fissarti così tanto su una parola da farti venire il dubbio che quella parola esista?)
(è una cosa bruttissima)
(succede più facilmente se ripeti decine di volte una parola ad alta voce)
Byaku: (...adesso è venuto anche a me.)
(Fissando forse)
(è orrendo)
§ P o i s o n I v y §: (visto?)
(è l'incubo di ogni filosofo)
Byaku: (Non possiamo dubitare del dubbio!)
(Il mondo imploderà!)

]

Per libro, ovviamente, intendo narrativa. E per narrativa intendo niente che contenga qualcosa di più elaborato, sul piano concettuale, del mio attuale sottonick su messenger, tratto da Labirinto Femminile, il nuovo libro di Alfonso Luigi Marra. Che è tutto il titolo, eh.

Delle info random, poi vado a studiare sul serio:

  • Sono giorni che mi sveglio senza i pantaloni del pigiama, ricordandomi perfettamente di averli messi la sera prima. E non ho memoria di toglierli durante la notte, e no, non sono mai stata una di quegli zombie che riesce a farsi anche il caffè senza aprire gli occhi. O sono sveglia o dormo. O mi muovo o sto ferma. Non ci sono vie dimezzo. Quindi il fatto è perlomeno inquietante (soprattutto visto che fa sempre abbastanza freddo da non giustificare l’azione dello spogliarsi inconsciamente.)
  • È stato preso il mio racconto dell’orrore per la seconda raccolta della Delos. La cosa mi fa sempre molto ridere, soprattutto per le modalità: nella scorsa edizione ho inviato una fanfiction, questa volta una creepypasta. Funziona solo se quello che scrivo non ha quella destinazione specifica.
  • Non devi costringermi a darti la caccia come una silvana cerva, ma uscire dall’antiquato antro delle tue sibillinità.

Sì, lo ammetto, tutto questo era solo per farvi vedere il mio meraviglioso elenco puntato con le stelline.