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Film sui cigni e chiedersi perché

Ormai praticamente accedo al pannello di WordPress solo per aggiornare il programma, sta diventando deprimente.
Dovrei fare un bel post frizzante, del tipo “Perché il mio animale preferito è la tartaruga” (perché sono animali socialmente avulsi, dalla sessualità disturbata, dicotomici, hanno il becco e volano e possono anche battere Achille nella corsa, se solo interviene un filosofo più pigro di loro); il punto è che sono completamente esacerbata.
Sono stressata senza saperne il perché, ed è rarissimo, per me. Faccio quello che devo fare per automatismo – rendendo automatico anche l’amarlo, per quanto mi sembri paradossale – e una volta che ho esaurito la barra doveri cado in uno stato catatonico senza speranza di emersione. Non ho mai guardato tanti film: coi film è facile. Guardi, ascolti, il processo immaginativo è già tutto lì, dispiegato, semplice, masticato. È passivo, e sto assorbendo pian piano tutta questa passività, e me la sto rendendo caratteristica.
Mi fa abbastanza schifo. Leggo pochissimo, e soprattutto per l’università. La narrativa mi nausea, non me la godo, la sento rigida. Riesco ad apprezzarla dal punto di vista formale, e vi assicuro che leggere formalmente McEwan è un po’ come andare ad una mostra di arte contemporanea guardando l’estetica delle opere. Oltre a non avere senso è anche abbastanza stupido e pretenzioso. Però Caravaggio mi ha baciata. ♥

Mi chiedevo cosa sono diventata. Se alla fine questa sistematica rinuncia ai meccanismi di controllo non sia un ribaltamento totale di quello che era dall’inizio un meccanismo di controllo. Con Foucault sulla scrivania è tutto ingabbiato nella comoda ambiguità potere/sapere, e non posso dire di essere d’accordo. Nemmeno con me stessa, soprattutto con me stessa. Diciamo che la me stessa delle ultime due settimane mi sta un po’ sul cazzo.
Mi chiedevo se ero poi felice di liberarmi delle nevrosi, e dei capricci del mio cervello, e dell’insieme di infelicità croniche e meccanismi ripetitivi che alla fine fanno di me quello che sono. Mi chiedevo – perché non posso fare altrimenti – se questo chiedermelo non è l’ennesimo coacervo di nevrosi. Sono dannatamente troppo psicanalitica e la psicanalisi mi sta sul cazzo, ma bisogna rendere atto del fatto che sono in queste condizioni da dopo aver visto Black Swan. Vedi un po’ te se un film sui cigni deve avere questi effetti.

Scetticismo per rabdomanti.

Devo capire perché regolarmente, a due giorni di tempo da un esame, invece di concentrarmi come dovrei e finire con calma, che non siamo i primi idioti e una vaga capacità mnemonica l’abbiamo – quella di concetto non c’è da specificarla, applico Paci a Saint Seiya e spero che nessuno se ne accorga mai – io comincia  a fare qualunque altra cosa. Ma proprio qualunque, vi assicuro. Non ci laureeremo mai.  (Da canticchiare con questa tonalità.)

Comunque, già che siamo qui, comunicherò al mondo la mia sofferenza.
Se non leggo un libro entro breve credo mi esploderà in cervello. Comincerò ad esprimermi per sillogismi. Includerò la parola esegesi in ogni mia frase. Comincerò a dubitare del dubbio.

[Questo merita una parentesi: sera inoltrata, innocuo roleplay ad cazzum. Due persone con tanti problemi. (I player, ma anche i pg)

Byaku: *FORSE*
§ P o i s o n I v y §: *anzi*
*(forse)*
(...oh no è orribile. Mi sono fissato sulla parola forse e adesso dubito della sua esistenza)
Byaku: (.............................cosa?)
§ P o i s o n I v y §: (non so come spiegarlo. Ti è mai capitato di fissarti così tanto su una parola da farti venire il dubbio che quella parola esista?)
(è una cosa bruttissima)
(succede più facilmente se ripeti decine di volte una parola ad alta voce)
Byaku: (...adesso è venuto anche a me.)
(Fissando forse)
(è orrendo)
§ P o i s o n I v y §: (visto?)
(è l'incubo di ogni filosofo)
Byaku: (Non possiamo dubitare del dubbio!)
(Il mondo imploderà!)

]

Per libro, ovviamente, intendo narrativa. E per narrativa intendo niente che contenga qualcosa di più elaborato, sul piano concettuale, del mio attuale sottonick su messenger, tratto da Labirinto Femminile, il nuovo libro di Alfonso Luigi Marra. Che è tutto il titolo, eh.

Delle info random, poi vado a studiare sul serio:

  • Sono giorni che mi sveglio senza i pantaloni del pigiama, ricordandomi perfettamente di averli messi la sera prima. E non ho memoria di toglierli durante la notte, e no, non sono mai stata una di quegli zombie che riesce a farsi anche il caffè senza aprire gli occhi. O sono sveglia o dormo. O mi muovo o sto ferma. Non ci sono vie dimezzo. Quindi il fatto è perlomeno inquietante (soprattutto visto che fa sempre abbastanza freddo da non giustificare l’azione dello spogliarsi inconsciamente.)
  • È stato preso il mio racconto dell’orrore per la seconda raccolta della Delos. La cosa mi fa sempre molto ridere, soprattutto per le modalità: nella scorsa edizione ho inviato una fanfiction, questa volta una creepypasta. Funziona solo se quello che scrivo non ha quella destinazione specifica.
  • Non devi costringermi a darti la caccia come una silvana cerva, ma uscire dall’antiquato antro delle tue sibillinità.

Sì, lo ammetto, tutto questo era solo per farvi vedere il mio meraviglioso elenco puntato con le stelline.

Ermeneutica per il popolino

Ieri sera mi sono guardata Mean Girls.
Sì, esatto, non avevo mai visto Mean Girls. Non c’è bisogno di fare quelle facce, è solo che certo di tenere alto il livello, capite? Il problema era diventato, però, che c’erano troppi meme in giro per il net basati su quel film, e mi sentivo esclusa. Dal net. Dai suoi modi comunicativi. Dalla sua ermeneutica.
Sto studiando filosofia contemporanea – in realtà, studio la filosofia contemporanea in relazione alla metafisica platonica, il che se non altro le dona un senso ben definito – e come ogni volta che ci ricado sento il bisogno di dire ermeneutica ogni tre parole. Ermeneutica ermeneutica ermeneutica.
Ripenso in uno stadio subcosciente (perché lo stadio cosciente è impegnato con la suddetta ermeneutica, o a stilare liste in cui mi autoflagello) a quello che dice lei in questo post sul didascalico, l’autoreferenziale e il micragnoso dei corsi italiani, appunti che posso condividere in toto anche da un altro corso di laurea. Sulla costruzione del nostro sistema universitario, insomma, che sto imparando a guardare adesso dopo anni. “Nostro” italiano, perché non ho esperienze estere con cui confrontarmi.
Ho imparato l’alfabeto greco – so leggere in greco! So persino scrivere, anche se mi confondo ancora le Epsilon con le Eta e Omicron con le Omega. Dovrei studiare la grammatica come al liceo, ma, indovinate? Non ho tempo, quindi vada per i corsi col metodo natura, che è poi quello che ho usato al liceo per il latino (infatti non ho mai imparato le declinazioni, ma traducevo senza problemi e anche adesso qualcosa ricordo) – e l’ho imparato perché, studiando filosofia, bisogna saper leggere il greco, perché i testi citano in greco. E in tedesco, che è in lista per venir imparato. Si richiedono conoscenze pregresse enormi, a parole, e poi nei fatti – agli esami – poco importa, se sai ripetere quei due/tre concetti chiave con cui ti hanno trapanato a ripetizione. Ma se non leggi il greco non riesci a studiare il manuale, quindi ben venga il greco, e il tedesco, e il francese. E ben venga accarezzare l’idea di  un erasmus che in realtà non so quanto mi interessi. Non sono un’accademica, presa questa faticatissima laurea mi toglierò di torno, quindi non mi serve a molto . Sto zitta e faccio quello che devo fare, pur guardandomi intorno (perché guardarsi attorno è l’unica maniera per chi studia filosofia di non diventare dogmatico, che per me avrebbe la stessa valenza dell’assumere un orientamento sessuale).
E io ci sto finché questo mi permette di studiare quello che voglio nella maniera che ritengo più opportuna (ovvero, bene). Inizio a sviluppare un briciolo di critica e quello che vedo mi lascia sconfortata, ma faccio i miei piccoli passi verso l’alto. Saper di vivere in un medioevo non è poi così difficile, se non ci si rassegna. Devo leggere Bloch.

Sapete? Ho scritto novecentosessantanove parole, l’altro giorno, in un paio d’ore. Non scrivevo niente – niente di narrativo – dal settembre 2009: un paio di centinaia di parole su Sublime, piuttosto scarse. Un anno e quattro mesi di vuoto assoluto e poi non riuscirsi a staccare dalla tastiera. È bello. Ed è anche orribile e io lo odio, e non capisco, ancora, che senso abbia per me. Ma a voi questo non interessa.
Sapete che non frega niente a nessuno, perché scrivete? Non importa niente a nessuno dell’ermeneutica, se non ai filosofi. Se importa a voi, bravi: riflettete, ma non obbligate il lettore a subirsi le vostre seghe mentali.
Scrittori, lasciate l’ermeneutica ai filosofi. Lasciate la critica ai critici, la decostruzione agli imbecilli. Voi scrivete, e per la miseria santissima, chiudete quelle cazzo di bocche. A nessuno importa.

A proposito della democrazia e della tirannia

Sulla Repubblica di Platone, IV sec. A.C.

[Dopo regimi di governo timocratici e oligarchici, prende piede la democrazia.]

[...]
Il regime democratico, promuovendo la più ampia libertà e tollerando qualunque modo di vita, può apparire ad uno sguardo esterno molto più bello,  come un tessuto variegato di molti colori (557c); ma si tratta di una bellezza esteriore, paragonabile a quella amata dai filodossi (gli amanti dell’opinione – doxa- al posto della sapienza); non certo della vera bellezza amata dai filosofi, coincidente con il bene, con l’ordine e la misura. Anche la vita che si svolge in democrazia può apparire ad uno sguardo superficiale molto piacevole. Il problema è che la libertà e l’indifferenza riguardo alla gerarchia dei valori che regnano in democrazia non permettono di distinguere i piaceri leciti da quelli illeciti, cosicché l’uomo democratico è colui che passa senza riflettere da un piacere all’altro, secondo il gusto del momento; che si dedica a molte e diverse attività, senza rispettare il principio per cui ognuno dovrebbe fare solo quella cosa che può fare bene. L’apparente bellezza della vita democratica nasconde perciò una fondamentale mancanza di autocontrollo e educazione, che spinge l’anima a una vita disordinata e priva di equilibrio morale.
La tirannia, infine, nasce a sua volta dalla democrazia, come conseguenza dell’eccessiva libertà. L’uomo democratico considera la libertà un bene in sé, e lo prepone a tutti gli altri valori. Con il risultato che viene sovvertito ogni principio di ordine e autorità, che il padre deve temere i suoi figli, l’insegnante gli alunni, i giovani si comportano come gli anziani e viceversa. (563a-b)
Così viene eliminato dalla società ogni genere di costrizione. Ma è noto che eccesso provoca la reazione contraria, per cui da una libertà sfrenata si passa sovente alla più rigida schiavitù.
Come? Il regime oligarchico aveva lasciato in eredità un buon numero di ricchi impoveriti, che brigano in modo di riavere la loro fortuna. Per questo motivo la classe abbiente li accusa davanti al popolo di volersi fare oligarchi, e il popolo, a sua volta, per difendersi, si sceglie un capo.
Il capo, essendosi accorto che il popolo è troppo obbediente, esercita un potere sempre più assoluto e violento nei confronti di quello stesso gruppo che lo sostiene, si circonda di guardie del corpo “per difendere il difensore del popolo” (566b), fino a diventare tiranno effettivo. Poi per un certo periodo si mostrerà sorridente e moderato; ma al tempo stesso provocherà guerre, sia per sostenere la necessità della dittatura, sia per distogliere i sudditi dai problemi interni; poi ancora comincerà ad eliminare tutti i migliori, perché pericolosi per il suo potere, e si circonderà dei mediocri, degli adulatori e degli schiavi. Infine il tiranno finirà per mettersi contro il popolo, il quale, pur avendolo a suo tempo generato, ora si rivolterà contro di lui.

390/360 A.C.
Non commenterò niente, ma il prossimo che mi dice che la filosofia è fatta di parole vuote staccate dal mondo reale si becca un calcio rotante sui denti.
In simpatia.