Vivere è un po’ come cucinare.
No, non è che il caldo mi abbia dato alla testa – oddio, anche, forse – è solo che mi sono fatta uno stupendo caffè freddo alla vaniglia e volevo condividere le riflessioni che ne sono sorte. Perché sì, essere me è non essere lasciati in pace dal proprio cervello nemmeno mentre si assume dello zucchero.
Cucinare non è proprio la cosa più facile al mondo. Soprattutto, si può vivere benissimo senza saperlo fare: ci sono altri che possono produrre cibo per te, e, nel caso tu sia particolarmente pigro, che te lo porteranno direttamente a casa senza che tu muova un dito, se si esclude quello sulla tastiera del telefono.
Puoi non farlo affatto e sopravvivere di scatolette, come i gatti domestici.
Puoi anche decidere che mangiare non ti interessa e farlo per mero sostentamento del tuo corpo mortale – ammiro moltissimo chi ci riesce, ma sicuramente non lo invidio: se ho un corpo mortale voglio che il suddetto goda di tutti i piaceri che gli sono dati godere, prima di decomporsi molto lentamente, morire e riprendere a decomporsi, un po’ più velocemente.
Non è la cosa più facile al mondo, dicevamo, ma se ti interessa farlo i requisiti sono esattamente quelli per vivere come si deve.
Si va a tentativi per i primi anni, ci si taglia, si bruciano le pentole, si riempie la cucina di fumo, si fanno scadere gli ingredienti. Poi, più ti eserciti, più acquisisci quelle piccole regole di base che ti fanno sapere a livello istintivo quanto sale va nell’acqua per la pasta, e quanto alzare la fiamma. Che ti fanno evitare di farti mozzare un pollice col trinciapollo e ti insegnano i trucchetti per aprire i vasetti sigillati senza ricorrere a pinze o ad un forzuto vicino di casa.
Se ti piace farlo ti appropri di un metodo e della tecnica, che sono indispensabili. Serve memoria, fantasia, un pizzico di mentalità da esercito per ricordarti che le dosi sono fondamentali, in tutto, e se le sbagli fallirai.
Serve avere i sensi allenati, tutti quanti, per sapere dall’odore e dal suono se la cipolla sta soffriggendo nella maniera corretta.
Serve una buona dose di fortuna – le ricette migliori vengono per puro culo e in genere sono irriproducibili – e serve sapersi prendersi poco sul serio, infilare le mani nell’impasto fino al gomito e fare una fottutissima fatica per far venire quell’impasto come dio (o ricetta) comanda.
Se sperimenti troppo magari crei sapori nuovi, che però difficilmente saranno apprezzati – le avanguardie sono sempre difficili, sia da capire che da infilarsi in bocca.
Ci vuole polso e una gran faccia tosta per non far impazzire la maionese.
Poi puoi anche andare a braccio, se credi.
Puoi provare a mischiare gli ingredienti a caso. Magari sei di bocca buona e ti basta nutrirti, e a questo punto importa poco cosa ingurgiti, e come. Puoi approssimare e sperare che qualcuno venga a rimediare (magari ti porti una pizza), ma se lo fai non lamentarti poi che mangi male.
Ora, io non sono un’esperta. Credo di cavarmela molto bene con le basi, riesco a orientarmi in una cucina senza fare facce troppo stralunate, riesco a distinguere un taglio alla julienne da uno alla brunoise (anche se ammetto di aver dovuto googlare quest’ultimo per la nomenclatura – dadini è troppo difficile?), posso inventarmi cose veloci con gli avanzi in frigo come seguire ricette piuttosto complicate.
Sono anche una pasticciona, disorganizzata, uso quattordicimila pentole e padelle e non le lavo man mano, così che quando ho finito ci metto dalle due alle tre ore a far ritornare la cucina in uno stato vivibile.
Credo che più che un vero talento abbia la predisposizione mentale adatta a sopravvivere. Non sarò mai uno chef, preferisco una bella bistecca al sangue con un’insalata a complicatissime ricette piene di ghirigori che non ti riempiono lo stomaco.
Sono per provare i sapori, tutti quanti, e sono una buona forchetta – quando ti piace cucinare è difficile che mangiare non ti dia soddisfazione.
So che spesso pecco di perfezionismo, che le ricette migliori mi vengono quando abbandono le istruzioni e seguo l’istinto. Anche se non sempre funziona, anche se a volte mi scotto la lingua.
Penso però che con un po’ di inventiva dentro un sacco di disciplina – ma proprio tanta, che senza ci si fa male – sia una delle cose più divertenti e istruttive che si possano fare.
Che bello, sono riuscita a scrivere un post di una banalità retorica imbarazzante.
Grazie, caffè freddo alla vaniglia.
Kijomi,
Louchette, Cheshire Cat, Pisces no Aphrodite and so on.





