Mi stavo chiedendo, complici un paio di episodi semi spiacevoli, la relazione che intercorre fra l’insulto e la conseguente sensazione di offesa.
Sembra che stia delirando, lo so: provo a spiegarmi.
Lasciate perdere che non è educato/è di cattivo gusto/volgare/non si fa/la mamma mi sgrida. È assodato che se parlassimo tutti come persone civili vorrebbe dire che hanno finalmente realizzato il mio tanto desiderato olocausto degli idioti, ma visto che siamo in un paese democratico una cosa del genere non solo non si può dire, non andrebbe nemmeno pensata.
Quindi, assodato il fatto che i registri bassi e anche quelli infimi esistono, e tutti, più o meno, li usiamo, cosa vi porta a sentire la vostra individualità lesa da una parolaccia? O da un insulto, anche personale?
Andiamo tramite esempi. Userò quello della troia, che è il mio preferito da sempre, e non me ne vogliano gli uomini: poi ne ho anche per le vostre madri.
Se do a qualcuno della signorina dai facili costumi, le opzioni sono due e solo due, grazie al nostro simpatico principio di non contraddizione (PNC per gli amici): o sei una troia o non lo sei.
Poi, è vero, le accezioni del termine sono tantissime. Potresti solo essere una che si diverte, non facendosi pagare, e ritenere il farsi pagare per certe prestazioni disdicevole (il perché poi a me non è chiaro, vedete voi).
Teniamo la definizione standard di “ragazza dai facili costumi“, e poniamo che sia qualcosa di universalmente ritenuto eticamente scorretto.
Se hai questi facili costumi, l’appellativo “troia”, per quanto peggiorativo, ti descrive semplicemente; in caso contrario, che ti si accusi di essere qualcosa che non sei non dovrebbe sfiorarti. Giusto?
A me pare – o almeno, su di me funziona in questo modo – che l’insulto possa aver presa quando attacca qualcosa su cui le nostre certezze personali vacillano. Se si è sovrappeso e non ci si convive come si deve, il termine “grasso” sarà insultuoso. Se non si è certi dei costumi sessuali della propria mamma, venire attaccati su quel punto farà perdere le staffe. (Ve l’avevo detto, signori, che ce n’era per tutti.) Su di me ha tremendamente effetto “ipocrita”, ad esempio. Non perché neghi di esserlo quando effettivamente lo sono, ma perché ancora non ho imparato bene a gestire la contraddizione in termini del dichiararlo apertamente. Sono un po’ come il cretese mentitore. Fatto sta che il punto rimane saldo: l’offendersi è qualcosa che non riesco a capire.
Se ce l’avete piccolo – l’ego o qualunque altra cosa – è un semplice dato di fatto. Poi, logicamente, il costume sociale mi impone di non premere su tasti sensibili del mio prossimo; ma il mio prossimo ha il sacrosanto dovere di farsi scendere le palle e reagire come un adulto.
Tutto questo discorso mi porta a fare un ulteriore approfondimento, particolarmente delicato, che riguarda la bestemmia. E qui depongo sinceramente il tono sarcastico, e ve lo chiedo sinceramente, soprattutto se capitano qui lettori cattolici. Cos’è che vi dà tanto fastidio, nella bestemmia altrui?
Mi pare – ma non è detto – che siamo ormai in un’epoca dove la dimensione sociale del credo si è persa quasi del tutto. Il rapporto con il dio, quale che sia, è strettamente personale.
Sono cresciuta in una famiglia di atei convinti; mio padre, pur venendo da una famiglia ultracattolica, ogni tanto si mette in competizione con i veneti, quanto a bestemmia creativa, e per me ha lo stesso suono che hanno tutte le altre parolacce. Sono esclamazioni di disappunto molto sentite, e tendenzialmente non c’è niente di personale contro il soggetto. Ma, anche qui: e se pure ci fosse? Siete il suo avvocato? Ma credete davvero ne abbia bisogno?
Io, da pagana, con la concezione che ho delle mie divinità, se sentissi qualcuno insultare i costumi sessuali della Pallade in primo luogo riderei per tre quarti d’ora. E poi mi spiacerebbe parecchio per il poverino, ché la Pallade picchia. Un casino.
Non lo so, non crediate valga più o meno lo stesso discorso che ho fatto prima, sugli insulti personali? Se bestemmio, non è il vostro credo che insulto; e se anche lo facessi, come può un’opinione personale creare tanto disagio? Non siete convinti che il dio che tiro in ballo possa difendersi benissimo da solo, e se viene offeso prendere le contromisure che ritiene opportune? O vi sentite presi in causa direttamente, accusando un complesso istrionico della personalità che è anche peggio del mio?
Questo post è tutto tendenzialmente ironico, ovviamente, ma mi piacerebbe sul serio sapere cosa ne pensate, perché ogni tanto mi sento davvero completamente estranea ai modo sociale di vedere il mondo. E non è mai bello, per qualcuno che lo studia da questo punto di vista.