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Posts Tagged ‘Il magico mondo del net’

  1. Sei Tipi di Pasta: teh fandom

    settembre 13, 2011 by Kijomi

    Mi rendo conto che seguire una rubrica su Mimicry sia più o meno impossibile. Sono avversa a qualunque tipo di regolarità, evidentemente, e non riesco a schedulare nemmeno me stessa, figuriamoci una serie modulata di post. Questo però non mi toglierà mai il gusto di fare l’imbecille sulle categorizzazioni del mondo. Le amo in maniera inversalmente proporzionale a quanto smetta di credere in loro: al momento, ho raggiunto il mio picco massimo. Oltre a questo, le mie rubriche subiscono l’altalenante variare della mia ispirazione in materia. Più sono irritata da voi, fastidiose scagliette di mandorla, più mi date modo di assorbire dalla vostra piccola e meschina visuale del mondo il mio sollazzo più grande, quello dello sberleffo impunito. (Impunito perché continuate a essere troppo pieni di voi per accorgervi che vi sto insultando, causandomi ulteriore sollazzo, in una catena autoalimentante senza fine. Come al solito, vi amo.)
    Questo post me lo rigiravo in testa da un po’, ma mai come adesso c’è bisogno che io lo scriva.
    Siete pronti? Chi indovina cosa sono io – e cosa sono stata – vince un’intera teglia di muffin ai mirtilli. Per davvero, eh!
    Per chi non sappia cosa sia Sei Tipi di Pasta, qui. Gli altri, con me, nel più periglioso dei mondi. Mi dicono che sono morbosa, quando voglio solo compiere opere di informazione e prevenzione. Tzè.

    (continua…)


  2. Racconti erotici + Vado a prostituirmi

    giugno 23, 2011 by Kijomi

    La mano di tarocchi che non sai mai giocare, cantava un uomo nudo, ma normale, scrivendo su un foglio ingiallito a quadretti che la tirannia promuove i mediocri, seduto dentro il nido di un cigno che guardava le sue uova. E anche lui lo guardava, credendolo affetto da distimia stagionale. Invece era solo un calo di serotonina. L’uomo era a Creta, al palazzo di Cnosso, e ammirava l’affresco del principe dei gigli, particolarmente apprezzato da Hyoga e Shun, maschi yaoi di quattordici anni. Provavano ansia, i giovani che avevano saltato l’adolescenza a causa di evidenti anomalie genetiche. Avevano provato a porvi rimedio guardando Revolutionary Girl Utena, o leggendo l’albero genealogico di Cent’anni di solitudine, ma avevano finito solo per cadere in una grave forma di narcisismo fallico: dall’altra parte non ci sono molte tette che saltano, in un anime yaoi, né uteri malefici, a parte forse quello di Shaina, che però non è mai stata una donna pretenziosa.
    L’uomo nudo (ma normale) per distrarsi dal terrore che Ravascuttolo gli stava incutendo, decise di scrivere un commento al capitolo 15 del De brevitate vitae, masticando alloro.
    “Ah, mi sento come Dioniso e la sua pantera profumata!” esclamò, deliziato, mentre Shun lo guardava come se fosse una persona molto enigmatica.
    Hyoga invece li ignorava, leggendo i tarocchi Morgan Greer, che gli predissero che avrebbe fatto sesso con Kijomi.
    Shun non era contento. Era così scontento che quella stessa notte fece un sogno erotico con uno stambecco.
    I tre decisero, una volta stufi di Cnosso, di andare insieme al Pecoraduno 2011: comprarono tre pecore, che vennero ribattezzate Erga Aphrodites, Gottlob e Auanzo.
    Poi, sadicamente, se ne nutrirono, assumendo ingenti dosi di glutammina.
    “Mi chiedo se sia intelligente toccare l’ortica.” Esclamò Shun a un certo punto dell’orrido pasto.
    “Credo sia più intelligente discutere delle proporzioni del corpo dei bambini.” Commentò causticamente Hyoga, strappando un lembo di carne dalla coscia di Gottlob.
    “Non lo so e non mi interessa. Però sento un irrefrenabile desiderio di acquistare bigiotteria.” L’uomo nudo forse non era poi così normale.
    E insieme si avviarono verso la città più vicina, canticchiando allegramente una canzone sulle icone di msn.

    E voi vi chiederete, giunti a questo punto: è pericoloso il peyote?
    (Sì.)

     

     

     

    [Tutto ciò è causato dalle referrer di WordPress e il Dio Infero. Ringraziate.]
    [E se quello che è arrivato qui cercando "sex kijomi" fa coming out giuro che realizzo il suo desiderio ♥]


  3. Le felci le felci le felci (la palma la palma la palma)

    giugno 22, 2011 by Kijomi

    Lo so, sono sparita.
    Ma avevo bisogno di cambiare faccia – adesso sono un portoricano coi baffi – e layout. Anche il layout è un portoricano coi baffi.
    A tutti piacciono i portoricani e a tutti piacciono i baffi, quindi siamo tutti felici.
    Ciao, mio dispersissimo pubblico.
    Sono successe cose, parecchie, come ogni volta che mi prendo immeritate pause da qui. Cose che mi hanno fatto ridere e pensare che è uno spreco, avere un blog e non usarlo, a questo mondo.
    Vedo la gente che impazzisce – ma impazzisce sul serio, una cosa da domandarsi se sia in corso una qualche guerra batteriologica, ché io mi rifiuto di pensare che il mondo sia composto da singoli individui così massicciamente uguali l’uno all’altro (e pure ritardati). Stronzetti cinici che si accapigliano con hipster troppoffichi per stare al mondo (ma che ci stanno lo stesso, ahinoi). Orde di amici/fan che si scontrano alle pendici del monte Fato, brandendo congiuntivi mozzi e retorica traballante, queste cose pregevoli qui. Sul web e fuori, e quando le due realtà cominciano a collidere, signori miei belli, miei orsacchiotti di marzapane, ahi ahi, c’è da avere paura.
    Non so se ve lo ricordate, quando ero io che mi divertivo a fare la stronzetta cinica.
    Per quelli che se lo ricordano, permettetemi di annoiarvi un po’. Per quelli che non c’erano, o hanno rimosso, accomodatevi. Zia Gucci vi racconta una storia. Una storia di bile e carenza di zuccheri (e di intercorsi sessuali insufficienti). Una storia amara. Una storia dura. Una storia di adolescenza, ma senza Moccia. Se volete Moccia, terzo scaffale a destra.
    È una storia che affonda le sue dolorose radici a metà degli anni ’00. La maggior parte di voi era solo un dolce frugoletto, che muoveva stentatamente i primi passi nel periglioso mondo dei siti porno. Io invece c’ero, ed ero attiva. Ed ero una sedicenne. Ed ero, come è scientificamente provato e se non lo è non mi interessa perché è un’ovvietà di cui nemmeno il tacchino induttivista potrebbe dubitare – ecco, potete prendere fiato qui – ero, dicevo, ritardata come tutti gli adolescenti. Se non ci credete gli archivi di questo blog sono a disposizione.
    Credevo, a sedici anni, di aver davvero diritto di dire la mia. Non solo: credevo che la mia opinione non avesse solo la prerogativa di essere la più interessante, la meglio strutturata, la più brillante, innovativa, ben radicata seppur frizzante e autoironica, no. Credevo anche, com’è logico aspettarsi, che fosse l’unica disponibile sul mercato.
    Credevo che le persone che non mi ascoltavano, o che non condividevano, poverine, erano troppo stupide e semplicemente non ci arrivavano: non erano la mente eletta e superiore che ero io. Chi mi disprezzava era uno stronzo arrogante che me l’avrebbe pagata (dopo); chi riusciva meglio di me in quello che pensavo di saper fare bene solo un mediocre, aiutato da spintarelle ai piani alti (vi lascio immaginari scenari cruentissimi, ma perlopiù si parla di ficwriting e pixelart. Ma shhh, non ve lo sto dicendo davvero.)
    Mi circondavo di individui scelti con la massima cura, che facevano parte di due precise categorie: chi potevo controllare bene, creature ingenue e tranquille che mi ammiravano per quel mio savoir faire immorale e fuori dalle regole (?), e idoli intoccabili, a cui miravo come modelli di vita, che imitavo passo passo ma da lontano, sperando che un giorno avrebbero posato il loro munifico sguardo sulla mia magnificenza e accolto fra di loro, come loro pari. È successo spesso, con esiti catastrofici per il mio ego, come saprete benissimo da voi, ormai. Usavo la piccola cultura che mi ero forgiata come vessillo di un’élite di prescelti, che il mondo doveva imparare ad accettare e osannare. Non avevo fretta, ero perfettamente consapevole di essere immortale, eterna, perfetta.
    Avevo sedici anni, e ad oggi mi trovo molto tenera. Un po’, sapete, quasi mi manco: ho convissuto con quella me abbastanza a lungo da accettarla con tutte le contraddizioni. Era facile incolpare gli altri di faciloneria, di sciatteria, di maleducazione. Era facile dare dell’ipocrita agli altri, proclamando che un’ipocrita non dichiarerebbe mai di esserlo – ad oggi è il mio paradosso preferito – come facevo io. Era facile dire tu, non io. Il mondo, non io. Gli altri brutti, cattivi, stupidi, insulsi, non io limitata e molto, molto ingenua. Manipolata, forse. Probabilmente inconsciamente, come probabilmente inconsciamente manipolavo io le creaturine che mi si sottomettevano dolcemente. Era uno scontro di raziocinio, di ragionamento portato al massimo grado di vigliaccheria: conosci te stesso tanto bene che il nemico non potrà più trovare punti scoperti.
    Sono e sono stata, ahimè e ahivoi,  abbastanza acuta, intelligente, da arrivare fin lì. Non tutti ci arrivano, e non lo auguro a molti. È scomodo pensare di pensarsi così bene da non avere angoli ciechi.
    Soprattutto perché è una bugia.
    Perché perde di vista la pancia, quelle interiora con le quali sto facendo i conti adesso, con tanta fatica. I ragazzini alle interiora non ci pensano mai. A fare i conti con l’aggressività degli altri – quella buona – si dà battaglia col cervello, non con la pancia. La pancia, se messa in moto, ti direbbe subito che l’aggressività è buona, se è quella dello scontro creativo, corroborante e sfinente della conversazione fallita. Perché la tua dialettica si esaurisce, perché l’altro è più bravo, più saggio, più colto, più acuto, perché guarda le cose da un’altra prospettiva. Perché è superiore a te. È buona perché insegna, è buona perché ti fa misurare i passi per non inciampare ancora. È buona perché ti dà dei paletti per definirti e definire gli altri – non con la testa, quello siamo buoni tutti, ma con l’istinto.
    La vita è una lotta; lo è diventata perché non siamo capaci di vedere gli altri che come emanazioni di noi stessi. Quindi via le contraddizioni: vinco io, o vinci tu. Se vinci tu, ti odio; se mi dai contro, se non mi segui pedissequamente, se tu, mia emanazione, proiezione fedele, non fai quello che voglio, cerco di distruggerti. Imparare a fare filosofia, per me, è aver imparato anche che per quanto quei megalomani schizoidi si siano sventrati a forza di sillogismi per quattromila anni, non c’è niente di davvero completamente valido. Non c’è niente di completo, non c’è niente di perfetto.
    Siamo sempre qui, e le felci sono comunque più vecchie di noi. E ci sopravvivranno.

    Questo ci porta a oggi. Oggi sono arrivata al massimo grado di evoluzione che raggiungerò mai.
    No, niente grandi conquiste intellettuali. Niente epifanie, niente rivoluzioni. Ho persino finito le caramelle. Eppure, oggiho qualcosa che non ho mai avuto, e che cercherò di tenermi stretta per il resto della vita.
    Gira. Ha persino lo schienale reclinabile.
    Ho una sedia con le rotelle.
    Il mondo è bello, la vita meravigliosa, e voi siete davvero idioti se dopo sette anni di blog non avete ancora capito che sono contro le morali e trovo l’insultarvi il mio sollazzo più grande. ♥

    Ci si legge presto, torroncini alla nocciola.


  4. Ermeneutica per il popolino

    gennaio 14, 2011 by Kijomi

    Ieri sera mi sono guardata Mean Girls.
    Sì, esatto, non avevo mai visto Mean Girls. Non c’è bisogno di fare quelle facce, è solo che certo di tenere alto il livello, capite? Il problema era diventato, però, che c’erano troppi meme in giro per il net basati su quel film, e mi sentivo esclusa. Dal net. Dai suoi modi comunicativi. Dalla sua ermeneutica.
    Sto studiando filosofia contemporanea – in realtà, studio la filosofia contemporanea in relazione alla metafisica platonica, il che se non altro le dona un senso ben definito – e come ogni volta che ci ricado sento il bisogno di dire ermeneutica ogni tre parole. Ermeneutica ermeneutica ermeneutica.
    Ripenso in uno stadio subcosciente (perché lo stadio cosciente è impegnato con la suddetta ermeneutica, o a stilare liste in cui mi autoflagello) a quello che dice lei in questo post sul didascalico, l’autoreferenziale e il micragnoso dei corsi italiani, appunti che posso condividere in toto anche da un altro corso di laurea. Sulla costruzione del nostro sistema universitario, insomma, che sto imparando a guardare adesso dopo anni. “Nostro” italiano, perché non ho esperienze estere con cui confrontarmi.
    Ho imparato l’alfabeto greco – so leggere in greco! So persino scrivere, anche se mi confondo ancora le Epsilon con le Eta e Omicron con le Omega. Dovrei studiare la grammatica come al liceo, ma, indovinate? Non ho tempo, quindi vada per i corsi col metodo natura, che è poi quello che ho usato al liceo per il latino (infatti non ho mai imparato le declinazioni, ma traducevo senza problemi e anche adesso qualcosa ricordo) – e l’ho imparato perché, studiando filosofia, bisogna saper leggere il greco, perché i testi citano in greco. E in tedesco, che è in lista per venir imparato. Si richiedono conoscenze pregresse enormi, a parole, e poi nei fatti – agli esami – poco importa, se sai ripetere quei due/tre concetti chiave con cui ti hanno trapanato a ripetizione. Ma se non leggi il greco non riesci a studiare il manuale, quindi ben venga il greco, e il tedesco, e il francese. E ben venga accarezzare l’idea di  un erasmus che in realtà non so quanto mi interessi. Non sono un’accademica, presa questa faticatissima laurea mi toglierò di torno, quindi non mi serve a molto . Sto zitta e faccio quello che devo fare, pur guardandomi intorno (perché guardarsi attorno è l’unica maniera per chi studia filosofia di non diventare dogmatico, che per me avrebbe la stessa valenza dell’assumere un orientamento sessuale).
    E io ci sto finché questo mi permette di studiare quello che voglio nella maniera che ritengo più opportuna (ovvero, bene). Inizio a sviluppare un briciolo di critica e quello che vedo mi lascia sconfortata, ma faccio i miei piccoli passi verso l’alto. Saper di vivere in un medioevo non è poi così difficile, se non ci si rassegna. Devo leggere Bloch.

    Sapete? Ho scritto novecentosessantanove parole, l’altro giorno, in un paio d’ore. Non scrivevo niente – niente di narrativo – dal settembre 2009: un paio di centinaia di parole su Sublime, piuttosto scarse. Un anno e quattro mesi di vuoto assoluto e poi non riuscirsi a staccare dalla tastiera. È bello. Ed è anche orribile e io lo odio, e non capisco, ancora, che senso abbia per me. Ma a voi questo non interessa.
    Sapete che non frega niente a nessuno, perché scrivete? Non importa niente a nessuno dell’ermeneutica, se non ai filosofi. Se importa a voi, bravi: riflettete, ma non obbligate il lettore a subirsi le vostre seghe mentali.
    Scrittori, lasciate l’ermeneutica ai filosofi. Lasciate la critica ai critici, la decostruzione agli imbecilli. Voi scrivete, e per la miseria santissima, chiudete quelle cazzo di bocche. A nessuno importa.