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Posts Tagged ‘il mio analista dice’

  1. Questi non sono gli anni ’90. (Ciao, sarò un post ridicolo e scontato.)

    gennaio 24, 2012 by Kijomi

    Sapete cosa c’è?
    Io non voglio passare il resto della vita depressa perché il mondo attorno a me non è adeguato, perché non mi dà quello che mi “promette” (sapete che uso con moderazione le virgolette, qui sono necessarie), perché pretende da me una produttività ridicola e sovrastimata.
    Voglio arrivare un giorno a guardarmi intorno consapevole di aver fatto di me la cosa migliore  che se ne potesse fare, a prescindere da quello che ho intorno.

    Mi guardo attorno e vedo coetanei idioti o sull’orlo di una crisi di nervi; spesso entrambe le cose. Vedo persone tristi che non sanno cosa fare della propria esistenza, che non sanno nemmeno come cominciare a vivere in pace con il proprio cervello. Molti di loro considerano averne uno – di cervello – come una variabile possibile ma non necessariamente rilevante nelle proprie vite. Sono quelli che a dirla tutta vivono meglio e ogni tanto, sporadicamente, li invidio. Tutti gli altri, chi più chi meno, consapevolmente o no, sono impantanati nello stesso schifo che mi vedo intorno io ogni tanto che esco dal mio bozzolo per prendere un po’ d’aria.
    Badate bene, che sono in una fase di bassa e non sopporterei un fraintendimento così enorme: non sto giustificando la condotta penosa della mia specie negli ultimi dieci e passa anni.  Non giustifico il fancazzismo, non giustifico il cinismo, non giustifico le perdite di tempo, l’aggressività, la produzione di pessima televisione, l’arte contemporanea, i reality show. Non giustifico niente: visto che permetto molto poco a me stessa, non vedo perché dovrei essere più morbida con il resto del mondo. Sto parlando della situazione in cui mi sono ritrovata quando ho preso coscienza del mondo, senza a conti fatti aver fatto niente per meritarla o provocarla, nel bene e nel male di cui l’ignavia è comunque connotata.

    Il tempo non si passa, si perde.
    Vedo un’alienazione sociale che mi spaventa davvero tanto. Davvero davvero tanto. Persone che non solo non comunicano fra loro – e no, non mi dite che i social network servono a quello – ma che non hanno più niente da comunicarsi a vicenda. Il mondo è chiacchiera, anche il mondo serioso delle notizie di cronaca, della politica, dell’economia. Non sappiamo parlare delle cose per come le cose sono. Viviamo in una caverna di Platone sovraestesa e continuiamo a credere di aver visto davvero il mondo, perché abbiamo accesso a quei due o tre miliardi di informazioni solo sedendoci davanti a uno schermo (quale che sia lo schermo). Non sappiamo cosa guardare e non sappiamo cosa cercare. E questo mio blaterare è un aggiungersi di quella chiacchiera inutile: se posso fare altro non so cosa quest’altro sia, ed è per questo che perlopiù, ultimamente, sono sparita.

    Vedo donne (soprattutto donne, perché si sottolinea di più nel mio sesso, ma non vuol dire che sia un problema sessualmente connotato) che senza avere nessuna consapevolezza del proprio corpo né delle proprie potenzialità, perdono anni e anni della propria vita dietro a questa idea perversa del modello da seguire (che sia la taglia 38, la supermamma, la donna in carriera). Vedo il sesso usato come discrimine di qualunque obbiettivo raggiunto e io nemmeno capisco come funzioni in gender.
    Vesto con orgoglio l’etichetta di sfigata da quando ho una forma sociale (intorno ai 9/10 anni, presumo) perché su di me i modelli hanno sempre funzionato un po’ al contrario, li ho sempre rifuggiti con una diffidenza naturale. Non che questo mi abbia reso più felice, anzi. Il narcisismo, bambini miei, è l’unica cosa che abbiamo in comune tutti, in questa epoca mediocre.

    Non ho suggerimenti validi. Non so nemmeno se la strada che tento faticosamente di percorrere io sia giusta (probabilmente no).
    Però alla fine è questo quello che abbiamo, e da qui dobbiamo iniziare. Smettendo di credere che se stiamo fermi e zitti forse la crisi passa. Il mondo non è adeguato a voi? Cambiate il paradigma. Fatelo adatto, rendetelo vivibile, rendete voi stessi adatti al vostro mondo, plasmate voi stessi per primi, il mondo viene dopo. Smettete di cercare scuse. Non ci sono le strade, abbattete i muri. Muovetevi, pensate, agite. Guardatevi intorno e fate qualcosa di voi stessi. Qualsiasi cosa va bene, qualsiasi cosa.
    E per carità, smettete di piagnucolare perché qualcuno parla a sproposito.

    In tutto questo, io mi sono scaricata My Little Pony: Friendship is magic. Per darvi un’idea vaga di quanto cazzo male io stia.


  2. I no che aiutano a crescere

    ottobre 27, 2011 by Kijomi

    Il titolo del post è anche quello di un libro che non ho mai letto, ma che trovai anni fa sul comodino di mia madre.
    All’epoca mi fece infuriare, per ragioni contingenti – avevo diciassette anni, ero assolutamente convinta di aver capito perfettamente perché mia madre mi avesse rovinata; ahinoi, avevo  ragione – e ne parlai anche qui su Mimicry.
    Non ricordo il tono del post in sé, né perché mi sia venuto in mente, ma ero partita con l’idea di scrivere del mio rapporto con i rifiuti. I miei e quelli degli altri nei miei confronti.
    Mi sono resa conto che sarebbe un’argomentazione decisamente troppo provante per le mie sinapsi, al momento, quindi rimarrà un titolo fuori contesto. Sì, sono una di quelle miserabili creature che danno il titolo prima di iniziare a scrivere. Quasi sempre.

    Oggi ho fatto qualcosa che mi ha lasciata completamente spiazzata.
    Io non posso sopportare – ed è un couldn’t, un non sono in grado di, è fuori dalle mie competenze, esce dalla sfera della mia comprensione – di fare errori marcati e palesi che influiscano significativamente sugli altri. Finché fallisco nell’ambito della mia vita privata è un conto; devo rinfacciarlo solo a me stessa, e io e me abbiamo un rapporto decisamente conflittuale ma ben equilibrato. So come gestire il dolore che provoco a me stessa: sono ben allenata a farlo, l’ho fatto con pervicace testardaggine per ventiquattr’anni e di certo non ho ancora smesso. Ho fatto del controllo spasmodico delle mie interazioni sociali – dalle espressioni facciali al registro linguistico al carattere che switcho con allarmante facilità a seconda di compagnia e occasione – il mio cavallo di battaglia. La maggior parte delle persone che mi conoscono, comprese quelle che mi conoscono davvero, davvero bene, hanno convinzioni su di me totalmente errate, perché le ho finte così bene al principio del rapporto che falsificarle adesso sembra solo costruita modestia. Non lo è mai, non sono capace di modestia. Ma questo lo riprenderò più avanti.
    Mi si chiedeva, qualche tempo fa, dove fossi davvero io. E dove, se non nel modo in cui mi sono costruita? Dove, se non nella complessa formulazione di sembianti che ho cambiato come pelli di serpente nel corso degli anni? La vera me non esiste se non in questo essere polimorfo e contraddittorio. Non sono fatta per l’unità e non sono fatta per la coerenza. Probabilmente non sono fatta nemmeno per la verità, per pura conseguenza logica. La sincerità che metto in atto è sempre totale, quando la metto in atto; questo non vuol dire che non possa sovvertirla completamente l’attimo dopo. Ho quindici anni, che cazzo volete farci?
    Quanto alle falsità che ho costruito con il tempo, il loro perché mi sembra talmente banale da essere mortificante. Ho passato metà della mia vita nella disperata ricerca di un paio d’occhi che mi guardassero, e l’altra metà a respingere le attenzioni che avevo attirato. Ho quindici anni. Che cazzo vogliamo farci?
    Le attenuanti non esistono, quando compio errori, perché nell’errore – incidentale, non voluto, non ricercato, non studiato – si annida quel dispiegamento di me che ho lottato per tutta la mia piccola fottutissima vita per nascondere. Mi si diceva che non posso essere un cyborg. Oh, cazzo, se posso. Lo so perché non sono mai stata niente di diverso, e l’accadere dell’errore mi fa franare tutto il terreno faticosamente ammonticchiato. Ho quindici anni: non voglio farci proprio un cazzo di niente.

    Ho pensato molto spesso alla solitudine di per sé, ultimamente. Dei pensieri non proprio confortarti, a dirla tutta, che hanno portato alla scrittura dell’ultimo post prima di questo. Che ha trascinato con sé, in una catena di avvenimenti che riesco a vedere quasi con chiarezza, a qualche settimana di distanza, una serie di ragionamenti molto puntuali, coadiuvati da un corso di Poetica e Retorica (sono una di quegli sfigatissimi esseri che si arricchisce moralmente ed emotivamente all’università, sì).
    Sto prendendo risoluzioni, e alcune si propongono drastiche. Non so mai quanto riuscirò ad aderire loro – sono sballottata qua e là dalla mia emotività senza raziocinio (quindici anni) – ma per il momento sono molto chiare.
    Prima fra tutte, devo imparare a riappropriarmi della solitudine.
    Nel corso degli anni ho disimparato a stare da sola. Se la solitudine è una condizione imposta non la patisco più di tanto, ma le sfuggo – sfuggo a me stessa, quindi, quella scevra di declinazioni sociali – appena ne ho l’occasione. E l’occasione c’è in modo praticamente costante. Non mi piace dovermi ritrovare a disagio con l’essere umano con il quale invecchierò e morirò.
    Non stupitevi se diventerò addirittura meno disponibile di quanto sono, meno accorta, meno presente. Se dirò qualche no in più. Mi sto occupando dell’unico essere umano del quale mi importi in maniera assoluta e incontrovertibile. Dovreste farlo anche voi, a mio modestissimo avviso. Dovrebbero farlo tutti.

    Ho quindici anni e non me ne sbatte un cazzo. Fatevene una ragione.


  3. Mimicry per il sociale: E comunque i cartoni sono comodi, per dormire.

    settembre 15, 2011 by Kijomi

    Oggi vi propongo un esperimento di modestia e rivalutazione del sé, per la campagna Mimicry per il sociale che ho fondato in questo momento, aspettando che il ripasso che devo fare per riuscire a dare l’esame di lunedì si compia da solo, in autonomia, e io memorizzi senza sforzo alcuno oltre 500 pagine che non ho la benché minima possibilità di ricordarmi.
    Viviamo in un’epoca di profonda, devastante incertezza.
    Lo sappiamo bene.
    Non c’è lavoro, scarseggia persino il precariato, noi nati dopo l’80 dobbiamo praticamente rinunciare da subito a raggiungere la pensione (o metterci nell’ottica di arrivare ai 150 anni, e sinceramente preferisco evitare) e frequentiamo università che non ci danno altro che tempo da occupare mentre là fuori individui più furbi si spaccano la schiena a scaricare la frutta al mercato per costruirsi un futuro semidecente.
    Bene. Bene? No, non molto, ma non disperate. Fate come me.
    Pensate che sì, probabilmente non diventerete magnati dell’editoria, santoni, mantenuti (le mie tre idee di carriera più papabili alla voce “cosa vuoi fare da grande”) ma che ci sono tante altre posizioni importanti che non potrete comunque raggiungere, e non perché siete sfigati o il sistema è crudele, ma unicamente per colpa vostra e della vostra inettitudine!
    Dovreste esserne felici, no?
    No?
    Adesso vi faccio l’esempio di cinque carriere molto fighe in cui potrei lanciarmi fallendo miseramente. Tira su il morale e vi aiuta a vedere più raggiungibili obiettivi lontani ma non ad anni luce di distanza. E fa ridere, soprattutto.

      • Il fisico teorico
        È una carriera figa perché:
        Il contatto umano è praticamente azzerato, e hai a che fare con i massimi sistemi del cosmo senza nemmeno dover studiare Kant. Sei automaticamente autorizzato ad essere un nerd ipersfigato, senza la fastidiosa clausola di doverlo giustificare con un’infanzia traumatica: è solo colpa del tuo elevatissimo Q.I. In più, secondo il calcolo delle probabilità, è molto facile che accanto a te venga ad abitare una gnocca bionda che ti può fornire un sacco di cheesecake.
        Ma impossibile da raggiungere, visto che: Ho sempre avuto difficoltà insormontabili sulla tabellina dell’8.
      • Il trafficante di diamanti
        È una carriera figa perché: Ti mette a contatto con la natura, è avventuroso, ti fa viaggiare e vedere tanti posti nuovi, ti fa conoscere tante persone sempre diverse. Hai la possibilità di fare carriera molto in fretta e bene, e se sei fortunato dopo una manciata d’anni non avrai più bisogno di lavorare.
        Ma impossibile da raggiungere, visto che: il jet lag a lungo andare mi farebbe diventare completamente pazza.
      • L’idol
        È una carriera figa perché: Sarei idolatrata dai giapponesi, e lo sapete che non c’è onorificenza più grande, al mondo, che venire idolatrata dai giapponesi. Nobel, Oscar? Bazzecole. Sono anche della dimensione giusta, ho un sacco di occhioni e un sacco di tette, tingendomi di biondo farei furore immediato.
        Ma impossibile da raggiungere, visto che: sono stonata come la cosa più stonata che possiate immaginare. E lo so che da Avril Lavigne in genere non è più un problema, ma fidatevi. È molto, molto peggio di così.
      • L’addestratore di struzzi
        È una carriera figa perché: Gli struzzi sono animali intelligentissimi e darebbero un sacco di soddisfazioni. Li si potrebbe usare sia per le corse clandestine che per ricavarci degli splendidi boa, e persino Max Pezzali ne ha un allevamento. Chi non vorrebbe farsi invidiare così? (Sì, lo ammetto, ormai sono un po’ tirate.)
        Ma impossibile da raggiungere, visto che: sono alta un metro e quarantasette e uno struzzo mi ownerebbe di brutto.
      • Il Carillon
        È una carriera figa perché: Non dovrei fare molto altro che girare su me stessa a ritmo sincopato. Il lavoro più facile del mondo.
        Ma impossibile da raggiungere, visto che: sono di materiale organico.

     


  4. Il caos e la pentola a pressione.

    agosto 10, 2011 by Kijomi

    Una volta usavo il blog soprattutto in momenti di profonda frustrazione, o eccitazione, o prostazione. Momenti in cui il mio stato mentale era sovraeccellerato, insomma, frenetico, dove stare dietro ai pensieri battendo sui tasti era arduo. Facevo lo stesso quando scrivevo, spurgandomi dell’emotività eccessiva che si ha quando si è ragazzini. La produzione era senz’altro più sentita.
    Adesso la scrittura mi serve perlopiù come lavagna cognitiva (sì, è per questo che ormai funziono a liste), e per quanto grezzo è tutto pensato e ripensato e rimasticato e sputato, cosa che rende questo posto probabilmente un po’ viscido, bavoso e decisamente meno viscerale.
    In linea generale non mi dispiace – mania del controllo su di me e sulle reazioni degli altri a me – anche perché ritengo sia più costruttivo per tutti leggere qualcosa che venga prodotto da un cervello e non da degli impulsi ormonali incontrollati. Quando sono io a leggere gli impulsi ormonali incontrollati degli altri in genere provo molta tenerezza, e detesterei saper di provocare sentimenti simili. (In caso, non ditemelo. Fatemi il favore di continuare ad avere paura della caustica me che non sono più da tanto tempo ma continuo a fingere squisitamente bene.)

    Poi, ci sono le giornate come oggi, quelle di malumore insensato e viscerale aumentato da tante piccole disavventure – l’esistere di una mattina, il cadere dalle scale, la richiesta formale di onnipotenza e ubiquità – e io vorrei essere capace di lobotomizzare il cervello e lasciar comandare gli impulsi.
    Se il scrivere questo post lo può sembrare, in parte, rimane il fatto che non sia capace di buttar giù niente. Non conosco l’improvvisazione, pur continuando a proclamarmi sua grandissima fautrice. Ho tenuto sotto controllo rigidissimo le informazioni su di me che questo blog ha lasciato trapelare nel corso degli anni, e chi mi leggesse esclusivamente, senza avermi mai incontrata di persona, avrebbe un’immagine esaustiva di quella che vorrei in effetti essere. La comunicazione è un affare strano, biscottini. Di persona sono molto più viscerale - forse troppo – eppure non abbastanza, perché lo sono in maniera incontrollata e irrazionale.
    Dovrei essere razionalmente irrazionale, controllare l’impulso viscerale – che poi è un po’ il far arte, se ho capito cosa vuol dire farlo.
    Avete notato che il verbo capire sorregge la stragrande maggioranza dei miei periodi? Già.
    Lo trovo un giochino perverso, perlopiù, a cui ci pieghiamo perché siamo fatti così, ci siamo sviluppati in questa dimensione e in questa dimensione ci diversifichiamo. Il caos dentro una pentola a pressione.
    Che mi stia bene o no, è questo quello contro cui lotto.
    Questo post avrebbe potuto essere riassunto in una lamentazione brutale e parziale di quanto faccia schifo la mia vita (sic), e invece vi beccate un’incomprensibile mezza tirata psicanalitica.
    Qui, bestioline, stiamo raschiando il fondo della pentola. Che continua a fischiare lo stesso.