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Posts Tagged ‘Milano’

  1. Leggere Leggere Leggere, pt II

    marzo 26, 2010 by Kijomi

    Come promesso, eccomi qui a fare un resoconto di com’è andata.
    …*____* *È ancora esaltata*
    Siete avvisati: sarà lungo e avventuroso. E non ho romanzato nemmeno un po’. Giurin giuretta.

    Allora, intanto sono ammalata (ovviamente e di nuovo, visto che ho un sacco di cose piacevoli da fare.)
    Quindi oggi ho brutalmente bigiato l’uni e il lavoro per cercare di arrivare viva a domenica, che mi pretenderà con i sensi molto più che allerta.
    Ma queste sono sottigliezze, perché avevo una missione da compiere.
    A metà pomeriggio, forte di una dose di paracetamolo nel mio organismo tale da causare danni epatici a chiunque non avesse sviluppato una resistenza frutto di allenamento di anni di acciacchi vari (ne faccio 23, di anni, quest’anno. Secondo me ce la faccio a morire prima dei 30), sono uscita brandendo la mia brava copia di Occhi di Cane, con tanto di breve dedica all’interno e il segnalibro dell’iniziativa – sì, quando faccio le cose le faccio per bene – e sono marciata in metropolitana.
    La mia idea primigenia prevedeva di attaccar bottone con un collega di filosofia teoretica, un tipetto che ho notato perché  mostra segni di profondo autismo come la sottoscritta: testa bassa, libro in mano, non ti guarda nemmeno se gli chiedi se il posto accanto al suo è libero. Gioiellini rari, nell’università moderna. (No, beh, ma prima o poi l’asocialità la curo, giuro. Non oggi di certo.) Ma, niente università, niente piccolo autistico, quindi ho virato sull’accalappiare il primo sconosciuto avesse attirato le mie simpatie.
    Salita in metropolitana, ho iniziato a guardarmi attorno con una faccia vagamente psicopatica, temo, a giudicare dalle occhiate preoccupate che ricevevo in risposta. Ma however, come se non ci fossi abituata. Verso Duomo ho individuato la mia preda: alto, dinoccolato, sulla trentina, abbastanza anonimo da non darmi l’idea di qualcuno che risponde con una coltellata ad un approccio del genere (che sono paranoica l’ho detto, sì?). Solo che fra un tentennamento e l’altro le fermate scorrevano, e io non mi decidevo.
    Il tizio scende a Centrale, e io mi dico Ciao, Gucci, questo va a prendere un treno e non lo raggiungi più.
    Seguendo l’istinto, comunque, ho cominciato a stalkerarlo. Robe che se mi beccavano sarebbe stato difficile da spiegare XD
    Stalkera e segui, giù dal treno, stalkera e segui, il tizio non andava in stazione – grazieiddio – ma cambiava in direzione Gessate. Ottimo.
    Caracollo giù per le scale e quasi mi rompo l’osso del collo, ma gli sono dietro. Arriva sulla banchina.
    È un paio di metri al massimo da me. Appena si ferma gli tocco il braccio, lo faccio girare e gli consegno l’ambito trofeo.
    E QUELLO SPARISCE. Volatilizzato in mezzo alla calca. Scomparso. PUFF! Non lo vedo da nessuna parte, ancora adesso mi chiedo come abbia fatto a perderlo.
    Il mio sconforto è grande,  come potete immaginare. Oltretutto, sento il treno che inizia ad avvicinarsi. Non importa, adesso fermo la prima persona che trovo, al diavolo. La prima persona che ho trovato, nella fattispecie, era una ragazza carina con un’incredibile massa di capelli color caramella mou, con un libro già sottobraccio (non sono riuscita  a leggerne il titolo). L’ho fermata e, un po’ in fretta, le ho praticamente ficcato il libro in braccio, ripetendo più o meno alla lettera il discorsetto del post precedente (senza la cosa del non voglio venderti niente, che in effetti sulla carta è divertente ma piuttosto stupida da dire davvero). E quella! Con il treno che apriva le porte! Mi ha fatto un sorrisone e si è fermata lì! çOç A parlare con me! çOç
    Ora, se non siete milanesi probabilmente non potete capire la mia commozione, ma fermarsi sulla banchina della metropolitana non è pura cortesia. È RISCHIARE LA VITA PER TE. Le ho spiegato per bene  di cosa si trattava, perché secondo me è un’iniziativa valida e preziosa, e com’è nata, e perché di quel libro. Lei mi ha chiesto “ora lo devo fare anche io? o___ò” piuttosto allarmata dalla sembianza di catena di sant’Antonio che in effetti ha assunto tutta la faccenda, io ho riso, e tutto sommato me ne sono andata contenta.
    È stato memorabile di per sé perché io tendo ad avere avventure metropolitane piuttosto movimentate, ma a prescindere ti lascia la sensazione di aver fatto una piccolissima goccia di bene. Inutile ma carina.
    Beh, mia piccola sconosciuta coi capelli mou, spero che Occhi di Cane Azzurro ti piaccia, e spero che l’anno prossimo sarai anche tu nelle file di quelli che regaleranno un libro ad un perfetto sconosciuto.
    Io ci sarò di sicuro ♥


  2. Metropolitana, Milano, 10.00 PM

    ottobre 6, 2008 by Kijomi

    Ero sulla metropolitana, due ore fa, dopo un viaggio durato un tempo indefinito – due ore o dieci sarebbe stato lo stesso – in uno scompartimento troppo caldo e troppo luminoso, passando il tempo sonnecchiando e leggendo letteratura bella e triste.
    Ero sulla metropolitana, due ore fa, troppo stanca e satura di emozioni per provare qualsiasi cosa – impedendomi coscientemente di provare qualsiasi cosa, perché quando sono così satura di emozioni è sempre preferibile il lieve stordimento dell’apatia – e come sempre quando sono in queste condizioni, per impedirmi di pensare a qualcosa mi metto a pensare al pensiero.
    Mi sono messa a osservare la gente, a rubare loro pezzi di conversazione – il fatto che il mio lettore mp3 fosse scarico è stato vissuto come una tragedia irrimediabile per all’incirca mezzo secondo: ero troppo esausta per preoccuparmi di stare male. Se devo morire è destino. – ad analizzare i gesti.
    C’erano quelli che dondolavano la testa al ritmo del rumore del treno, quelli che non riuscivano a tenere ferme le mani, quelli che parlavano, quelli che si baciavano, quelli che si grattavano.
    C’era una bambina con dei palloncini, che ogni tanto tirava qualche strillo aquilino lanciandoli lontano. Le teste, quasi tutte quelle prive di cuffie, si giravano a guardarla, ad ogni strillo, anche se non era il primo che sentivano.
    C’erano le facce contrite, quelle preoccupate, quelle esauste – come immaginavo essere la mia – quelle indifferenti, raramente una faccia tranquilla (non rilassata, né felice. Non ne ho mai viste, non a Milano, non alle dieci di sera, non in metropolitana.)
    Ho realizzato – e tutte le volte che lo faccio è un piccolo miracolo, una piccola esplosione nella mia testa troppo lenta – che ognuno di loro era lì al centro di sé, e viveva nel mio spazio, respirando la mia stessa aria, ognuno completamente isolato, padrone del piccolo mondo dei suoi pensieri.
    Li si possono immaginare dalla mimica, si possono rubare pezzi di conversazione – ho ascoltato qualcosa a proposito di un funerale e mi sono sentita terribilmente invadente e sbagliata, in quell’attimo – ma i loro piccoli mondi privati erano al sicuro in un bozzolo caldo.
    E poi, come sempre, ho pensato a me che pensavo a loro.
    Nessuno mi guardava – capisco se qualcuno mi guarda anche solo per un millesimo di secondo – e ho pensato che probabilmente ero l’unica che pensavo a qualcosa di diverso da me. Poi mi sono accorta che non era vero, e ho riso per il paradosso.
    E poi ho pensato ancora che forse c’era qualcuno – non tutti, tutti è impossibile, sempre – che come me pensava al pensiero degli altri, concentrandosi su qualcosa che non gli apparteneva per il semplice gusto di passare dieci minuti su qualcosa di diverso dal suo piccolo universo finito.
    Poi una donna si è alzata per scendere.
    Senza nemmeno rendermene conto ho deciso che avrei assorbito quanti più particolari di lei, perché era vicino a me e avevano condiviso uno spazio, e non l’avrei più rivista e sono stata grata della sua esistenza.
    Trent’anni – venticinque portati male, trentacinque portati bene – caschetto tinto biondo, tinto ma con classe, fresca di parrucchiere ma spettinata da una giornata intensa.
    Un naso un po’ affilato, la pelle butterata dallo zigomo in giù.
    Ha barcollato sulle gambe sottili – belle gambe, bel fisico, jeans firmati – per sistemarsi l’enorme borsone rosa che aveva a tracolla, e ho avuto l’istinto di alzarmi ed aiutarla, pur così stanca. Ho spesso di queste manie, e detesto impedirmi sempre di metterle in pratica.
    Aveva le scarpe intonata alla borsa di marca, con le rifiniture rosa, e una giacca di pelo assolutamente orribile e sicuramente costosa. Andava in palestra, o ci tornava, ed era naturale immaginare il contenuto della borsa, anche.
    Mi ha guardata, perché la fissavo con il mio sguardo privo di qualunque emozione – non ne provavo, stavo solo assistendo – e mi sono immaginata attraverso di lei, perché lo faccio sempre.
    Una cosetta raggomitolata su di sé, col trucco colato e più pallida della media, che rimaneva aggrappata ad ungigantesco libro dello stesso rosa delle sue rifiniture e non distoglieva lo sguardo dal suo.
    L’ha distolto lei, sconcertata o disinteressata. Io mi ero semplicemente dimenticata che andasse fatto, il distogliere lo sguardo se qualcuno a cui stai facendo una radiografia ti becca.
    Appena è scesa – e sì, le ho guardato anche il culo: trentacinque portati bene – e il treno si è allontanato mi sono aggrappata a tutti quei particolari, e me li sono rigirati in testa come un mantra, mentre salivo in macchina e mi facevo accompagnare a casa da mio padre, mentre salivo le scale, mentre scambiavo convenevoli inutili coi miei e poi mi mettevo al pc, esausta e priva di emozioni, e scrivevo tutto questo.
    E nel frattempo pensavo che avrei perso per forza qualcosa. La piega della sua bocca, o il colore degli occhi.
    Il fiocco delle sue scarpe – rosa, come le rifiniture, un’orrida cosetta di classe – e la dimensione della cartellina colorata che aveva sottobraccio.
    E ho pensato che domani me la sarò dimenticata completamente, e se me la ricorderò sarà solo grazie alle immagini indotte da questo post, ed è così per tutti i miei ricordi.
    Ho dovuto scrivere, per non dimenticarmele, e ho fatto così per un sacco di tempo e per un sacco di cose.
    Ne ho trovate alcune, ultimamente, perché il mio passato mi si riversa addosso ad ondate, tutto insieme e senza apparente motivo (anche se presumo c’entri sempre Hagalaz) e mi fa paura non ricordare particolari che in quel momento erano tanto importanti, tanto indispensabili.
    Salto i passaggi, mi confondo, do conclusione affrettate perché amo il suono della sentenza definitiva, vengo contraddetta e mi risento. La mia testa gira troppo lentamente, e so che è un peccato, ma so anche che è qualcosa che guarirà da solo, se deve guarire.
    E intanto osservo.

    (Scrivendo questo post mi è venuta in mente una discussione fatta con un ragazzo troppo intelligente e aggressivo, per me, un annetto fa. Un ragazzo troppo saccente e ipercritico perché un anno fa potessi sopportare lo stress che mi procurava la discussione vissuta come lotta e non come percorso. Di bambini che giocano a fare Dio ne avevo piene le tasche in terza media, e nemmeno l’affascinante scambio culturale è servito a farmi cambiare idea.
    Ma era una discussione interessante sull’osservazione di sé: aveva capito quanto fossi ego-centrata da un mio singolo post. Mi è stato ripetuto di recente, e mi chiedo se sia qualcosa che sono in grado di cambiare, di me, ormai.)


  3. Non si può dire che non ci provi(no).

    febbraio 21, 2008 by Kijomi

    (in strada)
    Tizio: (si avvicina per chiedere un’informazione) Scusa…
    Gucci: (togliendosi le cuffie col sorriso da milanese modello [?]) Sì? <3
    Tizio: Mi dai il tuo numero? <3
    Gucci: (con lo stesso sorriso) Non credo. <3
    (si separano come se niente fosse)

    (in treno)
    (Gucci sta fissando fuori dal finestrino facendo roleplay spinto, quindi probabilmente ha una faccia maniaca)
    Dirimpettaio: Senti, guarda, a costo di fare la figura dell’idiota io te lo devo proprio dire.
    Gucci: (pensando “evvai siamo alla terza proposta oscena prima della fine del mese! *C* RECORD!!“) …prego. ._.
    Dirimpettaio: …tu. Saresti PERFETTA nel ruolo di quella che ha il naso perfetto.
    Gucci: ……………………ANH? o______ò;
    (Il Dirimpettaio si è poi rivelato essere un fotografo pazzo che minacciava di fotografarmi col telefonino. Ho controllato di non essere seguita per mezza giornata.)

    (in stazione, col suo seme)
    TipettoEsagitato: SCUSA! SCUSA! (mette mano su spalla)
    Gucci: (lo fulmina. I maniaci vanno benissimo, finché si limitano a guardare)
    T.E.: VOI! Siete MADRI? *CCCC*
    Gucci&suoSeme: …WTF? éOè
    Gucci: …veramente no. (Obbligandosi a resistere alla tentazione di dire “Sì, QUASI, DUE GEMELLI! *C* <3″)
    T.E: …(sguardo folle) PROVAMELOH! *CCCCCCCC*
    (patpatta spalla e se ne va dicendo qualcosa su Milano)
    (Gucci e il suo seme si guardano e hanno paura)

    Sì, insomma, va così.
    È un delirio.
    Avrò fatto ventimila leghe sopra i mari in due giorni.
    Sono stata ad un concerto, ho preso due treni, mi sono persa due volte nella stessa giornata, ho incontrato Oscar zOMFG, ho raggiunto il settimo senso per davvero, ho fatto l’isterica, mi sono spuntati due herpes, manco a dirlo.
    Ho tutte le ossa rotte e ho scritto un post scabrosissimo che vi beccherete appena avrò le forze per copiarlo. In una settimana avrò dormito dieci ore. Ho fame. Ho sonno. Ho perso la concezione dello spazio/tempo. Ma ‘fanculo, oh, finché questo catorcio di corpo dentro cui son costretta regge, io son qua a fare tutto quello che devo.
    Non esistono scelte sbagliate, e me ne convinco sempre di più.
    (Secondo Agostino siamo tutti dei buchi.)


  4. Take your time, she’s only burning.

    gennaio 4, 2008 by Kijomi

    If recollecting were forgetting,
    Then I remember not.
    And if forgetting, recollecting,
    How near I forgot.
    And if to miss, were merry,
    And to mourn, were gay,
    How very blithe the fingers
    That gathered this, Today!

    No, tranquilli, è solo che Emily è davvero splendida, anche se a volte è straziante. Ma ce n’è bisogno, ogni tanto, giusto per ricordarmi che non posso fare proprio sempre sempre l’idiota.
    (Anche se sto ascoltando la colonna sonora di Velvet, quindi vabè, non sono esattamente così compassata XD)
    Ieri ha nevicato tutto il giorno, e pur cercando di rimanerne cinicamente distaccata, la neve ha sempre – su chiunque, credo, visto che ieri sera a mezzanotte e mezza mia madre voleva trascinarmi a “fare un giro sotto la neve” XD – quell’ascendente magico che ti trasporta da qualche parte nella tua infanzia, e ti fa rimanere mezz’ora col naso incollato alla finestra, alle tre del mattino, ad ammirare tutto quel bianco.
    Che poi, a voler essere onesti, non era nemmeno un granché, come spettacolo: il cielo era grigio fumo, spettacolare ma terrorizzante, e dalla mia finestra vedo giusto una porzione di strada e il palazzo di fronte, che pur essendo ricoperti di neve, rimangono sempre un pezzo di strada ed il palazzo di fronte.
    Ma c’era una luce arancione post atomico veramente eccezionale, ed era bellissimo. E mi sono quasi assiderata perché ho spalancato la finestra, in pigiama, per mettere il naso fuori a respirare il profumo della neve. <3
    Adesso piove, e tutto quel bianco si trasformerà in marroncino appiccicaticco, awn, fortunatamente non devo uscire. (Cioè, dovrei. Ma non vuol dire che lo farò. Insomma, ci sono due gradi! ;___; )

    Torno ai miei tarocchi. Mi sto appassionando.
    Fate conto che ieri sera ho fatto i tarocchi a Divine per decidere come far proseguire il roleplay. °O° < sì, non sta bene per niente, ma non è colpa sua.

    Ho un’altra carriera che si aggiunge al mucchio del cosa vuoi fare da grande. Splendido, ho sempre sognato di fare l’impostora. *C* <3