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Mamma, il meme! – Day 20

Rapidamente che sono indaffarata con il soggetto stesso del post, e sono così autoreferenziale da farmi schifo da sola:

Day 20 — A hobby of yours

Questa è una campagna importante, per me. Dico sul serio.
Il banner è stato fatto ormai un paio d’anni fa, e featura Divine, la mia puttana francese tardovittoriana, con un paio di Rayban e una tutina a metà fra quella della Sposa in Kill Bill e una Charlie’s Angel. In effetti, è il suo ritratto durante un roleplay dove interpretava, per l’appunto, la Charle’s Angel, dove il Charle in questione è Charlemagne, Carlo Magno, che in quel momento pensava a ben altro. Si era nella Roma di Papa Adriano I, che porta le infradito e gli occhiali da sole, se non ricordo male. E c’erano auto da corsa e tutine in latex e zucchero filato. Stavamo parecchio male, quel giorno, ve lo concedo, ma è uno dei roleplay che ricordo con più amore. Se non contiamo, certo, i roleplay che diventano fanfiction, anche romanzi, quelli che servono per scavare dentro i personaggi, quelli che ti fanno singhiozzare perché “ma questa maledetta empatia?!”, quelli che ti fanno ridere talmente forte che il giorno dopo ti fanno male gli addominali, quelli che durano fino alle cinque del mattino, quelli che lasci in sospeso per mesi, quelli che giochi dal vivo, quelli che continuano per settimane perché non si sta andando da nessuna parte, o si sta andando troppo bene per voler smettere. Quelli fluff, quelli angst e quelli porn. Quelli crossover, che rimangono i miei preferiti. Quelli che ti fanno dimenticare tutto il resto perché puoi pensare con la testa di qualcun altro.
Sul gioco di ruolo ci devo scrivere saggi (esempio di titolo:  “La Mimicry dell’età moderna – Roleplay e interpretazione“) e continuerò a praticarlo finché non avrò niente di meglio a cui badare, quindi probabilmente fino alla mia morte. È un passatempo duttile, divertente ed edificante, se si impara a farlo come si deve.
State attenti alle dipendenze e scegliete bene i vostri compagni: se troverete quello giusto sarà per sempre.
Non saprete mai se questo post sia serio o no, MUWAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH.
Addio.

Ossessioni

Ho maledettamente voglia di scrivere, da giorni, sta diventando un’ossessione.
Ultimamente tutto quello che penso, in piccolo o in grande, diventa prima fissazione e poi ossessione, e mi perseguita come un maledetto piccolo tarlo finché non lo soddisfo. Come l’ermetica cosa di cui parlavo qui e che ho risolto una sera che mi sono ritrovata tutta sola senza qualcuno che mi distraesse dal mio piccolo vuoto grigiume esistenziale, facendomi ovviamente del male gratuito ed inutile.
Ah, finirò per leggere di nuovo Pessoa e sarà una tragedia, una tragedia, vi dico.
Non posso scrivere, perché devo studiare.
Il fatto poi che scriva lo stesso, e niente di ——– *inserire qui un aggettivo pertinente, scartando utile, interessante e bello*, ma solo post in cui manifesto tautologicamente la mia necessità espressiva è, sì, un po’ idiota.
Sono in uno di quei momenti in cui vorrei soltanto immergermi nella ricerca, strappare i concetti dal loro morbido, umido tessuto natale e dargli una forma, e plasmare anche me mentre plasmo loro. Succede sempre così, appena ho un po’ di materiale a portata di mano sento il bisogno di costruirci qualcosa, qualsiasi cosa.
Dovrei lasciare lievitare, forse, solo quello, solo che mi ossessiono, e mi dibatto, e non mi concentro nel resto, anche se il resto è il lussureggiante sviluppo della matematica nel XIX secolo, cit.
Anche se potessi scrivere, comunque, sarebbero quasi due anni che non uso le parole in quel determinato modo.
Si è arrugginito il mezzo.
Si è disarticolato il processo.
Rileggo quello che ho fatto, e mi sembra ancora buono, mi sembra ancora bello – utile no, utile mai, per fortuna – ma non mi sembra mio. Sono cambiata troppe volte, mi sono incastrata troppo profondamente al di fuori dai contesti che cercavo di lirizzare.
La lirica mi pare sciatta e nauseante, adesso, e d’altra parte non sono mai stata capace di scrivere in altro modo, perché divento prosaica, e banale, e priva di qualsiasi attrattiva.
Quindi ci rimango incastrata dentro, nell’ossessione, e ci rimarrò per un bel po’, presumo. Poi passa, passa sempre, e prima o poi mi dimenticherò del tutto perché mi piace tanto il processo creativo.
Almeno si spera.

Le cose da fare, che prima o poi farò. Forse.

In squisito ordine casuale.

  • Resistere a Myspace.
  • Sopravvivere alla settimana.
  • Trovare un buco per registrare il Podcast.
  • Mantenere quelle due promesse stupide ma comunque fatte.
  • Riuscire ad affrontare di nuovo senza eruzioni cutanee il sito dell’università (Dio ci salvi tutti.)
  • Darsi una mossa con Giogo, porcoanubi.
  • Trovare due o tre miliardi di euro e sistemare quelle due cosette.
  • Nah, me ne basta anche uno solo, sono una persona modesta.
  • Sopravvivere al mese.
  • Sopravvivere all’aereo, agli incendi e ai rapimenti.
  • Raccontarvi della Rizzoli, zOMFGLOL!!!one1ONE!!!
  • La sfida dei cinquanta libri in un anno mollata a nemmeno metà: nuovo obbiettivo, venticinque libri in un anno. Sono un po’ una merda, lo so.
  • Finire il benedetto post dove vi dico cosa ne penso di quelli che scrivono libri oggi. Nel caso aveste dubbi, sono in gran parte insulti.
  • Omettere tutti i motivi che mi tengono lontana dall’esteriorizzare la mia interiorità al momento. Ehi, non è mica facile, per me!

Giuro che ci sono, eh. Sto solo, tipo, riorganizzandomi l’esistenza.

[Nota di servizio]: Se vedete sparire il blog, rimpiazzato da un tirannosauro che si morde la coda o amenità del genere, non spaventatevi, non mi sono finalmente tolta di mezzo lasciando tutto in mano alla Ele, sto solo trasferendo il dominio. Se gli dei mi vogliono bene andrà tutto liscio come l’olio, quindi preparatevi a sentirmi smadonnare in austroungarico.

Scartavetrarsi l'anima e altri giocosi passatempi notturni

Perché, quand’è notte fonda e ho così sonno che i lobi del mio cervello si fondono in un’unica pappetta inconsistente io non vado a letto, ma mi metto a rileggere gli archivi del mio blog?
No, non cercate di rispondere, era una domanda retorica.

Nel mio viaggio inconcludente nelle profondità oscure del mio passato sono incappata in un pezzo di particolare pregio vintage.
Di norma evito di rileggere gli archivi del 2004, perché ero davvero imbarazzante, sia nelle costruzioni sintattiche che nei concetti che tentavo di esprimere. Ma, in fondo, sono molto fiera di non aver mai rinnegato la sedicenne stupidotta che si affacciava sul magico mondo dello snobismo letterario, senza contare che ora posso bearmi di aver riesumato la data esatta in cui è stato partorito Sublime, il18 agosto di cinque anni fa.

Indovinate un po’?
ho iniziato un altro racconto =__=
Fermatemi =.=
L’idea mi piace parecchio, anche se è nato da una specie di sogno a luci rosse ^^; (tutto nella norma, quindi)
E’ una storia decisamente poco seria (fluffy, diciamo) con appena un po’ di decenza qua e là…
Ambientata in una Francia moderna modificata a mio piacimento, per farci coesistere la nobiltà che mi piace tanto con la frivolezza in chiave moderna (Dio, non si capisce un tubo di quello che sto scrivendo…)
Protagonisti una dandy (sì, una donna), una coppia particolare e un ragazzo rimasto segregato in casa fino ai 18 anni.
La mia protagonista si chiama Louchette (che è il nome di una prostituta amata dal caro Charles), ama Baudelaire e i sesso.
E’ lampante che la cosa prenderà una piega perversa.

Sì, Sublime era fluffy. (LOL.)
Sì, Sublime era una sottospecie di steampunk. (ROTFL)
Sì, Sublime ha origine da un sogno porno, ma questo lo sapevate tutti.
Sì, scrivevo come se fossi stata affetta da una grave disfunzione del lobo frontale.
Sì, usavo le faccine =_=, =.=, ^^ et cetera. Volete lapidarmi, per questo?
Che cazzo avrà voluto dire la “frivolezza in chiave moderna” lo sa solo Dio.
E adesso sono qui, che mi scartavetro l’anima per qualche ragione non meglio definita – non mi interessa scrivere, non mi interessa pubblicare, nemmeno su internet, non voglio dimostrare a nessuno di essere in grado di scrivere, non penso che le mie idee possano interessare a nessuno né sono interessata a fare una qualche specie di Arte, me ne guardino gli dèi tutti -perché sono qui, cinque anni dopo, con un racconto che è nato perché mi annoiavo e leggevo i Fiori del Male, e come ogni sedicenne con un QI superiore a 51 con in mano Baudelaire pensavo di essere in grado di creare qualcosa di grande, di bello, di buono, di vero. (Sì, Ele, me ne accorgo sempre, quando cito la gentemmorta.)
E cinque anni dopo quei personaggi hanno deciso che io, che non voglio scrivere, che non ho nessun interesse nel mostrargli agli altri, proprio io debba essere quella che alle tre del mattino, senza nessuna ragione valida, si debba scartavetrare l’anima su una poesia di Puskin, io che i poeti russi ancora non ho avuto il coraggio di affrontarli, perché in qualche modo questa poesia c’entra con la novel sulla protagonista (quella dandy, che non è dandy, non è nemmeno protagonista, che è talmente scialba o inutile che in cinque anni è la prima volta che scrivo di lei), che, proprio adesso, devo tirare fuori da questa tastiera.
E vorrei solo andare a dormire.

Ricordo il momento incantato:
Davanti a me tu sei apparsa,
Come una fuggitiva visione,
Come il genio della pura bellezza.

Nelle angustie di una disperata tristezza,
Negli scompigli della rumorosa vanità,
Risuonava a lungo in me la tenera voce,
E sognavo i cari lineamenti.

Passarono gli anni. L’impeto ribelle delle tempeste
Disperse i sogni di un tempo,
E io dimenticai la tua tenera voce,
I tuoi lineamenti celesti.

Nella solitudine, in una tenebra di carcere
Si trascinavano cheti i miei giorni
Senza un dio, senza ispirazione,
Senza lacrime, senza vita, senza amore.

All’anima fu dato il risveglio:
Ed ecco di nuovo tu apparisti,
Come una fuggitiva visione,
Come il genio della pura bellezza.

E il cuore batte nell’ebbrezza,
E per il cuore sono risorti di nuovo
E il dio, e l’ispirazione,
E la vita e le lacrime e l’amore.

Buonanotte, a voi non invasi dalle piattole.