Il vuoto pneumatico. Con la scusa che devo studiare, ma non ci riesco, finisco per farmi assurgere al vuoto cosmico che è faccialibro. (Odio faccialibro, mi ha rovinato la vita quasi quando il roleplay). Finisco per non fare assolutamente niente perché dovrei fare altro: paradossalmente, se fossi libera riuscirei a leggere, impegnarmi nei sedicimila progetti in cui sono impegnata, avere conversazioni interessanti. Ma non ci riesco.
Non ci riesco è solo un amabile eufemismo del mio stato cerebrale attuale; vi basti sapere che ho fissato il vuoto per due minuti cercando di ricordarmi il termine eufemismo. (E poco fa ho googlato “parla senza muovere le labbra” perché non ricordavo ventriloquo. Aiuto.)
Non riesco a concentrarmi su niente – mi sono distratta un attimo e anche quello che stavo dicendo è scomparso nell’aree. Magari soffro di ADHD. Magari dovrei iniziare ad imbottirmi di psicofarmaci come fanno coi bambini americani. (Il titolo è una cit. delle preoccupazioni che faccio insorgere nella gente che frequento, per dire.)
In compenso però ho conversazioni assai pregnanti sulle mie tette. (Qui, per farvi beare anche dell’avatar preveggente sul mio prossimo colore di capelli che questa creatura indicibile mi ha fatto ♥)
Ehi! Da quanto non parlavo delle mie tette nel mio blog? Ho scoperto che ci sono persone non informate del fatto che io sia fonte di imbarazzo nel venir presentata all’uomo etero medio, che complice la mia ridotta altezza spesso non riesce minimamente a focalizzare lo sguardo sulla mia faccia. E sì che credo di possederne una particolarmente carina. Popolo! Ho una quinta! Lo so che sembro troppo intelligente perché sia vero, eppure gli abomini di natura esistono!
Ricordo vagamente che volevo parlarvi di parecchie cose, a parte le mie tette – che come da copione prendono il sopravvento.
Delle Moleskine, di quanto mi facciano incazzare le Moleskine, delle reazioni inconsulte che ho tutte le volte che vedo una Moleskine. Dei rapporti umani, soprattutto della gelosia, delle periferiche, della teoria dell’attaccamento, delle simbiosi, della mia assurda incapacità di capire le pance. Del francese, di quello che è nella mia testa – forse solo nella mia pancia, in realtà – il francese, dei francesi che ho fatto riemergere da una tumulazione durata anni e di quanto mi mancavano, del suono aspro e caldo che hanno nella mia testa le loro voci, le loro mani, i loro modi di soffrire. Che è quello che non ho io, e magari vorrei. Magari mi spaventa e basta. Delle maniere goffe e strane che ho di salvare piccole parti di me dalla miseria, di come sia brava a farlo.
Delle mail che inizio a scrivere e di quando mi accorgo di non avere più la potenza retorica che le riempiva di tanto amore una volta, quei secoli fa in cui ero così disperatamente innamorata della me stessa che sapeva scrivere, o che credeva di saperlo fare (se ci pensate bene, finisce un po’ per diventare la stessa cosa), e che lascio a metà promettendomi di…
Di cosa, di finire? Di trovare qualcosa da dire, magari, ti riuscire a toglierlo dalla pancia – se è davvero lì – masticarlo, impastarlo con le parole di questa bella lingua che possiedo e che mi arrugginisce in testa, farne qualcosa che comunichi come mi sento. Che magari lo spieghi anche a me.
Forse, a ventitré anni suonati, inizio a capire a cosa serve la musica.
Ci ho messo precisamente sette ore e mezza a scrivere questo post. Sopprimetemi, davvero.

Kijomi,
Louchette, Cheshire Cat, Pisces no Aphrodite and so on.





